di Fabio BELLI

Quanti problemi irrisolti affogano in un mare di inutili parole, direbbe chi si intende di versi e versacci. Antonio Elia Acerbis, portatore d’acqua del calcio anni ’80 dalle invidiabili doti di spinta, forse potenzialmente capace di una carriera anche superiore a quella poi effettivamente vissuta, la pensava proprio così. Impossibile da immaginare oggi, in un calcio in cui la logorrea è il principale difetto di tanti artisti dell’arte pedatoria.

Eppure Acerbis era solito presentarsi in conferenza stampa ad inizio stagione, all’arrivo in un nuovo club. Chiacchierata scolastica, in cui il nostro snocciolava dati più che altro statistici, spigolabili ad una buona osservazione dall’album Panini. Dopodiché, salutava con deferenza e se ne andava per non ripresentarsi più davanti ai microfoni. “Quello che dovevate sapere di me lo sapete, d’ora in poi non parlerò più.”

Quando nel 1986 Eugenio Fascetti lo volle a Roma nella pazza Lazio del -9, le sue parole destavano un certo scalpore. Non c’è piazza che vive di chiacchiere più di quella romana, e la Lazio anche se in B non faceva eccezione in quegli anni, anzi le turbolente vicissitudini del club in quegli anni ne facevano un bersaglio perfetto per il microscopio dei giornalisti. Acerbis decise di sottrarsi non solo a quel gioco al massacro, ma a ogni gioco in generale. La stressante piazza capitolina, gonfia di radio, tv private e riviste specializzate, oltre ai canonici canali di comunicazione, inizialmente non la prese bene, ma questo non impedì al soldatino Acerbis di diventare uno degli eroi del -9, evitando alla squadra dell’allora presidente Gianmarco Calleri la discesa in C, e come probabile conseguenza, il fallimento. In seguito, arrivarono la promozione in A e la prima vera stagione nel massimo campionato di Acerbis, bagnata dalla salvezza.

Idolo dei tifosi non tanto per la tecnica quanto per il suo temperamento, durante un derby, venne acclamato dalla Curva Nord per una sfida all’ok corral col capitano giallorosso Giannini. Il numero dieci della Roma si ritrovò a battibeccare con un altro dieci, dotato non di altrettanti piedi nobili, ma di grinta da vendere. Un faccia a faccia che contribuì alla sua popolarità, ma non gli fece tornare la voglia di chiacchierare con la stampa. Perché il nostro non parlasse, è presto detto: nelle precedenti esperienze a Varese e Bari, si ritrovò sbattuto in prima pagina con dichiarazioni mai rilasciate. Capitava, allora più di ora, ma il carattere particolare del giocatore lo vide inscenare di conseguenza un silenzio stampa solitario e ininterrotto.

Nacquero leggende e prese in giro, riviste laziali immaginavano fantasiosi racconti che lo vedevano, afono, riacquistare magicamente la voce sciogliendosi in lacrime dopo il ritorno della Lazio alla vittoria nel derby del 1989. Altri sfottevano, scrivendo di masse disperate e smarrite perché “Acerbis non voleva parlare.” Lui, ragazzo schivo, non capiva il perché di tanta confusione, finché al terzo anno di Lazio comprese probabilmente che a Roma tutto era amplificato all’ennesima potenza, e se ne fece una ragione. Dopo l’ultima esperienza in A al Verona, sempre con Fascetti, le leggende metropolitane lo volevano in esilio volontario e dorato alle Seychelles, a gestire un’autoconcessionaria.

Personaggio fuori dagli schemi, per raccontare Acerbis è poi necessaria un’appendice. Visto che alle Seychelles c’era andato solo in vacanza, con il legame con le isole giustificato dalle origini della moglie. In realtà, è rimasto nella natìa Milano a giocare tra i dilettanti fino al tramonto del secolo scorso. E venne fuori da una lunga intervista al quotidiano “Libero” che gli era tornata di botto la voglia di parlare. E giù aneddoti su Prytz, che a Verona regalava soldi come caramelle all’allegro mantra, in italiano con accento nordico, “cazzo frega a me!”. E su Fascetti, ovviamente, che dal ritiro telefonava a casa sua a Milano per controllarlo, e lui rispondeva come niente fosse, beccandosi gli insulti del focoso Eugenio. Stai a vedere che il silente portatore d’acqua aveva nascosti i geni sregolati del calcio champagne: magari lo racconterà lui stesso. Sempre se ne avrà voglia.

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