di Raffaele GALLI 

https://www.glieroidelcalcio.com/2020/12/01/stefano-chiodi-un-solo-rigore-fallito-e-per-lui-fu-la-berlina-fausta-lambertini-la-moglie-ai-microfoni-de-gedc/

Parafrasando un ritornello di una canzone di Francesco De Gregori “…non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…”, raccontiamo la storia di Stefano Chiodi. Una storia di un calciatore ma anche quella di un uomo che, per destino avverso, fallì un appuntamento importante per la Lazio, la squadra in cui giocava nel campionato di Serie B 1980-81. Quel campionato dove i biancazzurri si ritrovarono, a preparazione iniziata, retrocessi nella serie cadetta a seguito del filone del calcioscommesse scoppiato qualche mese prima e che portò agli arresti di giocatori anche molto importanti del momento.

La Lazio preleva Chiodi insieme a Bigon dal Milan, anch’esso retrocesso per lo stesso motivo, come parziale contropartita per la cessione di Giordano; vendita mai conclusa per la squalifica di quest’ultimo e che fece dirottare il giovane Mauro Tassotti sotto la madonnina. Due anni prima, i rossoneri lo acquistano dal Bologna per la somma di un miliardo delle vecchie lire, una cifra da capogiro all’epoca, e con lui in squadra, riescono a conquistare il loro decimo scudetto, quello della stella.

Il mondo del calcio però non è una terra tutta lastricata di meraviglie, a volte ci si viene a trovare in ambienti ostili al proprio modo di essere e lontani dal proprio carattere, oppure in situazioni di spogliatoi “esplosivi”. Il suo approdo nella capitale non fu facile, la Lazio era annoverata tra una delle allora tre squadre che sicuramente sarebbero state promosse nella massima serie; rimane tutto il campionato nelle parti alte della classifica ma non riesce mai a spiccare il volo. E ci ritroviamo proprio in quella stagione alla penultima giornata dove ai biancazzurri basta una vittoria con il L.R. Vicenza per uscire dal purgatorio e ritornare in paradiso. La squadra entra in campo molto nervosa e contratta passando addirittura in svantaggio per poi ristabilire pochi minuti dopo la parità con Pochesci. All’87 l’arbitro Lops, fischia un calcio di rigore per la Lazio e senza esitazione, Chiodi prende la palla e la deposita sul dischetto: il suo tiro scheggia il palo e finisce fuori alla destra del portiere. Non ne aveva mai sbagliato nessuno, era il rigorista di ogni squadra in cui aveva militato. La Lazio fallisce così la promozione e quell’errore non gli fu mai perdonato sia dai tifosi sia dalla dirigenza, tanto che l’anno successivo fu ceduto al Bologna.

Quando la sfortuna ha deciso di puntarti, poco si può fare per capovolgere la situazione: si infortuna gravemente e rimane lontano dai campi da gioco, per poi ritornare nelle file dei biancazzurri l’anno seguente con poche apparizioni. Giocherà successivamente nelle file del Prato, Campania, Rimini, Pinerolo e Baracca Lugo prima di appendere gli scarpini al chiodo. Eppure per anni si portò addosso quell’etichetta di colui che fallì quel rigore: d’un tratto le vicende di un calciatore sono state cancellate e l’uomo calunniato e offeso, anche i media fecero la loro parte, bastava affermare, come effettivamente avvenne, che non si sottrasse a quella grande responsabilità, grazie alla sua grande generosità in campo. Dovette cancellare in fretta quell’episodio, da lì a poco si sarebbe sposato con la sua Fausta Lambertini, dalla quale ebbe due figli: Irene e Tommaso, ma quando la malasorte ha deciso di non lasciarti in pace, ti perseguita fino alla fine del suo scopo. Stefano Chiodi scompare il 4 Novembre 2009 a soli 52 anni per un male incurabile.

Il nostro compito, quello di semplici amanti del calcio giocato, è solamente quello di non far cadere nell’oblio coloro che sul rettangolo verde hanno fatto sognare, gioire e anche disperare tanti tifosi di tante squadre sugli spalti, ricordando specialmente che sotto quella maglia, batteva un cuore di un semplice uomo e che non basta un errore per infangare tanto lavoro svolto con professionalità e serietà.

Fausta attraverso le sue parole ci ricorda il suo amore per Stefano.

Un ricordo amaro che ancora pesa nel nome di Stefano. Si ricorda più la mancata promozione con la Lazio che lo scudetto storico con il Milan. C’è un motivo, oltre il tifo, per questo?

“Devo dire che a distanza di tempo, sebbene sia trascorsi anche tantissimi anni, c’è ancora qualche tifoso laziale che accosta il nome di Stefano a quell’ormai rigore sbagliato. Confesso che questo un po’ mi dispiace, però devo dire che ci sono ancora tantissimi tifosi, e non solo nelle squadre in cui Stefano ha militato, che lo ricordano ancora con tantissimo affetto ancora oggi a distanza di così tanto tempo e questo compensa sicuramente l’amarezza che provo ogni volta che viene sottolineato questo suo errore. D’altronde capisco che i tifosi sono legatissimi alla maglia della propria squadra e per loro i risultati sono importanti e quindi li giustifico anche.”

“Credo che un giocatore riesca sempre ad attaccarsi e ad affezionarsi alla squadra per cui gioca, in quanto il piacere ed il gusto per il calcio è dovuto soprattutto a questo e non ai soldi, come molti pensano”. Parole di Stefano che sembrano essere dimenticate…

“Il calcio di oggi è sicuramente lontano anni luce da quello che era il calcio nel periodo in cui giocava Stefano. Posso dire che lui aveva una passione immensa, sfrenata e tutte le maglie che ha indossato, le ha onorate con il massimo impegno sia negli allenamenti sia durante le partite, come credo come la maggioranza dei calciatori di quell’epoca e sicuramente anche molti di quelli di oggi. Diciamo però ora hanno dei ruoli, per così dire, “appariscenti” perché il mondo è cambiato, ci sono i social, la pubblicità, molta più televisione, quindi diventano un po’ delle star a 360°, mentre allora erano semplicemente i campioni e i beniamini che venivano osannati dai propri tifosi.”

L’esplosione a Bologna, la consacrazione a Milano… poi l’annata storta di Roma, l’infortunio e successivamente la malattia. Non ti sembra come se avesse un conto in sospeso con la sorte, come se in quell’importante passo della sua carriera nelle file rossonere ci fosse un pegno da pagare?

“Non mi piace credere o parlare di sfortuna o conti da pagare, perché Stefano ha fatto il suo percorso di vita come uomo che io ho condiviso in gran parte con lui, e amo dire che insieme abbiamo fatto un miracolo che sono i nostri due figli, creato una famiglia che per entrambi era la cosa più importante. Volevamo una famiglia e l’abbiamo avuta, poi le cose sono andate come sono andate, ma non mi piace mettere sul piatto della bilancia il dare e l’avere. È andata così e amo ricordare solo le cose belle che abbiamo condiviso, per cui penso che la vita è anche questa e il fatto stesso che noi oggi parliamo di lui, per noi familiari, è motivo di grandissimo orgoglio.”

Ora lascio a te Fausta di ricordare il tuo amore, in modo che il suo nome rimanga nella storia degli eroi del calcio e non che non venga mai dimenticato.

“Posso parlare di Stefano dicendo che era una persona estremamente generosa, amico di tutti, dalla persona più umile alla persona più importante, per lui non c’era differenza. Voleva bene a tutti e si adoperava per aiutare gli altri e devo dire che al di là del campo di calcio, l’eredità che ha lasciato ai suoi figli è proprio questa: di persona perbene.”

(Fonte: glieroidelcalcio.com)

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