di Arianna MICHETTONI

Vero, il campionato in pausa è una noia mortale – quelle luuunghe ed interminabili domeniche, che magari piove, che magari c’è la suocera a pranzo, che Barbara D’Urso ha il monopolio pomeridiano (seppur la sua dose di trash sarà poi rinnegata tre volte prima dell’alba) o la televisione resta spenta ed è un quadro oscuro e profondo, un buco nero pronto ad inghiottire le nostre esigenze calcistiche. Vero, con i moderni mezzi di comunicazione si sta lì sul divano di un appartamento in un grigio condominio e si sbircia il proprio idolo in vacanza segnar doppietta con la compagna, i figli, gli amici, in un villaggio cinque stelle lusso ed improvvisamente tutto assume una nuova prospettiva di rifiuto milionario e di presa di coscienza – che svanirà, comunque, alla ripresa della massima competizione.




Vero, c’è quella sorta di apnea, di dissociazione, di passiva accettazione del centro commerciale nel primo weekend di saldi, e però tra anticipi e posticipi ed utilizzi sospetti del Var, tra classifiche corrette (o scorrette), serpeggia quel senso di sollievo – quasi un sentirsi più leggeri; quel palinsesto della seconda serata riempito di repliche o di banalissimi film che scivolano nel tubo catodico così come gli spettatori scivolano nel sonno. Insomma, tra le mancanze legate al campionato fermo, c’è un’assenza di cui si fa volentieri a meno: programmi sportivi dalla dubbia scaletta, dall’ospite esclusivo (o esclusivamente riciclato) che – il caso! – è tifoso proprio di quella squadra; studi riempiti di lucine e moviole, in gergo chiamati contenitori (e non è difficile immaginare cosa in realtà contengano).




Proprio in questi programmi sportivi, tanto seguiti da chi ha bisogno di conferme che esulino il calcio giocato, si è a lungo parlato (tra analisi e disamine) della débâcle azzurra; proprio in uno di questi programmi sportivi, in una serata di poker per Immobile – in una serata di Lazio, solo di Lazio – il bomber biancazzurro viene preso ancora ad immagine della mancata qualificazione nazionale, trascorsi ormai mesi e passati da dimissione a processi alle intenzioni. Era conveniente, prima, parlare di Ciruzzo in crisi, quasi una conseguenza del maltrattamento Lazio – che il numero 17 in crisi non c’è mai stato, non fosse stato per i torti arbitrali; è conveniente, adesso, trovare il capro espiatorio e trovarlo, guarda il caso, proprio in lui.




“Ciro, non potevi usare per la nazionale uno dei quattro gol realizzati?”, così, all’incirca: e la risposta è no, proprio no, assolutamente no, per almeno tre buone ragioni no. La prima, la più banale, scontata, lapalissiana: fiducia. La Lazio ha dato fiducia ad Immobile, quando lui, di nome e di fatto, se ne stava fermo e perso in una dimensione calcistica incomprensibile – fino all’incontro con Simone Inzaghi, mister, lui, che tutto può. Ed Immobile ha ripagato quella fiducia. Al contrario della nazionale, insomma, che alla fiducia non si è mai riferita quanto alla responsabilità, al dovere, all’onore – un gol sbagliato alla Lazio non è mai stato questione d’onore, invece.




La seconda, di non immediata percezione ma di facilissima comprensione: i compagni di squadra. Tanto ovvio quanto (poco) piacevole sia, la Lazio non sta in funzione di Ciro – si è tutti, tutti, parte di un unico, grande, complesso organico. Immobile nella Lazio è l’uomo ovunque ben servito da chi gioca con lui e non per lui – Immobile serve, nel duplice senso, serve con la casacca biancazzurra e serve ai compagni in casacca biancazzurra. Essere affiancato dagli ispiratissimi Milinkovic e Luis Alberto, o da un Felipe Anderson ritrovato, finanche da Basta (eppure basta non si direbbe mai): una coralità, quindi, che in un azzurro fatto di singoli più spesso avversari che amici di spogliatoio, fugge e sfugge via.




E la terza, infine, ultima ma non ultima e sottile (e affilata come un coltello): la convenienza. Ciò che conviene ha un’accezione totalizzante: conviene schierare i giocatori più in forma, conviene impostare il modulo tatticamente migliore, certo. Tuttavia conviene, pure, l’intermittenza per le luci della ribalta: se, in un periodo ipotetico dell’irrealtà, Immobile avesse realizzato il gol salvezza, il gol qualificazione, sarebbe stato portato in trionfo? Sarebbe stato portato in trionfo come il capocannoniere laziale? Tanto quanto oggi, invece, con la disfatta che spernacchia alle spalle, viene portato in dileggio – quasi fosse ironico il poker in Spal-Lazio?

Il week-end non e poi così lontano, che sollievo. Ancor più sollievo, però, è cambiare canale, è comporre quel numero conosciuto a memoria e attendere la voce al di là dell’apparecchio per commentare la partita – ché la domenica sportiva, è di tutti.






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