di Gisella SANTORO
La protesta dei tifosi della Lazio contro la società prosegue e si proietta verso il futuro, verso la prossima stagione. La contestazione iniziata già da qualche mese, non riguarda più soltanto l’ambiente è biancoazzurro ma si è allargata al rapporto esistente tra chi gestisce il calcio e chi lo sostiene. Per anni i club hanno cercato di trasformare gli stadi in centri commerciali e i sostenitori in consumatori.ma oggi il meccanismo si è inceppato portando alla luce dei problemi che rischiano di far crollare l’intero sistema.
Per capire dove nasce questa frattura, bisogna fare un salto indietro nel tempo. Sergio Cragnotti fu il primo, ormai molti anni fa, a sdoganare una definizione che all’epoca fece storcere il naso a molti: definire i tifosi “clienti”. L’idea era quella di modernizzare la società, applicando le regole economiche a una squadra di calcio. Se l’era Lotito ha esasperato questa visione aziendalista, puntando sui bilanci e sulla sostenibilità finanziaria, ha però dimenticato un dettaglio fondamentale: l’industria del calcio è l’unica al mondo che vive sulla passione e fa soldi sulla passione. Se elimini quell’elemento, non resta nulla. E quella passione, prima di ogni altra cosa, va rispettata.
È proprio qui che nasce la differenza tra il concetto di “cliente” e quello di “tifoso”. I vertici del calcio hanno voluto applicare le regole del mercato, senza valutare le conseguenze di queste decisioni. Se i tifosi vengono trattati da clienti, alla fine reagiscono come clienti. E cosa fa un cliente quando un servizio non lo soddisfa, quando si sente ignorato o quando ritiene che il prodotto non valga il prezzo del biglietto? Semplice: non compra più. Così il tifoso smette di andare allo stadio, non rinnova l’abbonamento alle piattaforme sportive che trasmettono le partite e non acquista più il merchandising ufficiale della società..
Tuttavia, il calcio non è un mercato come gli altri, e qui si nasconde il paradosso più grande: Il vero cliente se non è soddisfatto della propria compagnia telefonica o del supermercato sotto casa, può cambiare fornitore. Il tifoso, invece, non può cambiare squadra. Il legame con la maglia e con i colori resta per sempre. Questo non significa che il tifoso sia un ostaggio. Significa che l’unica vera arma di difesa che gli rimane di fronte a una gestione che non lo rappresenta è il distacco. Il vuoto.
La domanda che la protesta della Lazio rimette al centro del dibattito è semplice ma spietata: senza tifosi, una squadra di calcio può davvero andare avanti? La risposta economica è no. I diritti TV, le sponsorizzazioni e le partnership commerciali esistono solo perché ci sono persone pronte a emozionarsi per quei colori. Se si spegne la passione, si spegne lo schermo, si svuota lo stadio e i brand investono altrove.
La contestazione biancoazzurra tocca un tema delicato che riguarda tutto il calcio moderno: le società non possono continuare a pretendere la fedeltà eterna del “tifoso” quando fa comodo (per riempire lo stadio o chiedere supporto nei momenti difficili), applicando poi le regole fredde e distaccate del “cliente” quando si tratta di ascoltarne le ambizioni e il sentimento. Se il calcio dimentica di essere sostenuto dalla passione del tifoso, è destinato a fallire.
















