di Gisella SANTORO (foto © Antonio FRAIOLI)
La semifinale di Coppa Italia tra Atalanta e Lazio è iniziata davvero solo sessanta minuti dopo il fischio d’inizio. La cronaca racconta di un’azione caotica, una selva di rimpalli disordinati nell’area laziale che sembrava il preludio al disastro. Su una conclusione ravvicinata, Motta interviene ma non riesce a bloccare: il pallone non si incolla ai guantoni e, in quel decimo di secondo di esitazione, Krstovic si fionda come un falco, gli toglie la sfera dalle mani e serve ad Andersen il più facile dei palloni da spingere in rete a porta vuota.
In quel momento, negli occhi di Motta è sceso il buio. Se quel gol fosse stato convalidato, oggi parleremmo di quell’errore come del colpo di grazia su una stagione già complicata. Ma, dopo un’infinità di minuti trascorsi davanti al monitor del VAR, l’arbitro prende la sua decisione: carica sul portiere, gol annullato.
È qui che la partita cambia volto. Il terrore puro sul viso di Motta si trasforma in un sollievo che sa di rinascita. Da quel fischio salvifico, la sua prestazione smette di essere una lotta contro l’errore per diventare una marcia verso la gloria. Un’ascesa che passa per una parata straordinaria su Scamacca proprio nei minuti di recupero dei tempi regolamentari, un riflesso che tiene a galla la Lazio prima dei tempi supplementari scivolati via senza grandi scossoni.
Arrivati alla lotteria dei calci di rigore, il portiere laziale non è più l’uomo incerto dell’inizio. La concentrazione nei suoi occhi è diventata una corazza impenetrabile. Il primo tiro finisce in rete, ma poi inizia lo show: uno, due, tre, fino a quattro interventi decisivi. Motta ipnotizza gli avversari e trascina la Lazio in finale.
Al termine della gara, la tensione è esplosa nell’unico modo possibile: con le lacrime. Non erano lacrime di dolore, ma lo sfogo di chi sa di aver attraversato per qualche minuto l’inferno per poi tornare indietro con la corona da eroe. Se oggi la Lazio può festeggiare, lo deve anche a quel fischio dell’arbitro, capace di trasformare una potenziale tragedia sportiva nella notte più bella della carriera di Motta.
















