Ci sono sconfitte che fanno male, e poi ce ne sono altre che segnano un’epoca. L’eliminazione dell’Italia contro la Bosnia, maturata ai calci di rigore dopo 120 minuti logoranti, appartiene alla seconda categoria. Non è solo una partita persa: è la certificazione di un declino che ormai non può più essere nascosto o rimandato. Per la terza volta consecutiva, gli Azzurri mancheranno un Mondiale. Un dato che, da solo, racconta tutto. Dal 2014 a oggi, il calcio italiano ha smarrito la propria dimensione internazionale, trasformando quella che era un’eccezione in una pericolosa abitudine.
Eppure, a Zenica, la serata era iniziata nel modo giusto. Il vantaggio di Kean dopo un quarto d’ora, nato da un errore del portiere Vasilj, sembrava aver messo la gara sui binari ideali. L’Italia era partita con personalità, consapevole della posta in palio. Poi, come troppo spesso accade, è arrivato l’episodio che ha cambiato tutto. L’espulsione di Bastoni al 41’, per un fallo da ultimo uomo, ha costretto la squadra a una lunga resistenza. Un’ingenuità pesantissima, in una partita in cui ogni dettaglio conta il doppio. Eppure, anche in inferiorità numerica, l’Italia ha avuto le occasioni per chiuderla. Kean, Pio Esposito, Dimarco: opportunità concrete, non semplici mezze occasioni. Occasioni sprecate. E nel calcio, quando non chiudi, paghi.
Il pareggio della Bosnia al 79’, firmato da Tabakovic, non è stato solo un gol. È stato il momento in cui la partita è scivolata definitivamente via dalle mani degli Azzurri. Da lì in poi, nei supplementari, si è giocato più con la paura che con le idee. Ritmi bassi, poche intuizioni, la sensazione crescente che tutto si sarebbe deciso dagli undici metri. E quando una squadra arriva ai rigori con questo stato d’animo, raramente ne esce vincitrice. La serie dal dischetto è stata impietosa. La Bosnia perfetta, glaciale. L’Italia fragile, incerta. L’errore di Pio Esposito, la traversa di Cristante: due episodi che pesano come macigni. Dall’altra parte, nessuna esitazione. È così che si vincono le partite decisive, ed è così che si perdono.
La tentazione, dopo una sconfitta del genere, è cercare il colpevole immediato. L’errore individuale, la scelta sbagliata, l’episodio girato male. Ma sarebbe un modo troppo semplice per spiegare una realtà molto più complessa. Tre Mondiali consecutivi mancati non sono un incidente. Sono un sistema che non funziona. Dalla formazione dei giovani alla gestione dei talenti, dalla qualità del campionato alla capacità di costruire una squadra nazionale competitiva: il problema è profondo e stratificato. “Qualcuno finalmente pagherà?” è la domanda che inevitabilmente accompagna una serata del genere. Serve capire come si è arrivati fin qui, e soprattutto perché non si è riusciti a invertire la rotta dopo i fallimenti precedenti.
dei casi, saranno passati sedici anni. Un’intera generazione di calciatori, e di tifosi, cresciuta senza il palcoscenico più importante. È questo il vero fallimento. Più ancora della sconfitta ai rigori, più degli errori individuali, più della serata storta. Zenica, alla fine, non è stata solo una partita persa. È stata uno specchio di un sistema e quello che riflette non è rassicurante.
















