di Gisella SANTORO
In una stagione dove la classifica ha smesso di sorridere e l’Europa è diventata un miraggio, l’ambiente laziale si ritrova immerso in un limbo emotivo. È un campionato che, sulla carta, non ha più nulla da offrire: l’andamento altalenante della squadra ha trasformato l’entusiasmo in una sorta di rassegnazione perpetua.
Oggi, il tifoso laziale vive le partite attraverso una serie di sentimenti contrastanti. C’è la piccola gioia per una vittoria che sa di orgoglio, la cocente delusione per una sconfitta evitabile e quel “chissenefrega” quasi liberatorio che accompagna i pareggi più scialbi. Eppure, nonostante tutto, accade qualcosa di illogico: il tifoso laziale aspetta le partite con una speranza inspiegabile. È l’attesa di un miracolo sportivo, di una scintilla improvvisa, di quel “chissà cosa” che solo chi vive di fede biancoazzurra può capire. È un’attesa che sfida la matematica e la logica dei risultati.
Oggi, Il tifoso laziale sta vivendo questa stagione in una sorta di clandestinità emotiva. Lo si vede dai vuoti sugli spalti, dalle disdette agli abbonamenti TV e da quel velo di indifferenza apparente che sembra aver avvolto l’ambiente laziale.
Ma è, appunto, solo una finzione: anche chi sceglie di non guardare, chi esce di casa o chi dichiara di aver “staccato la spina”, resta inevitabilmente connesso. È un occhio che scivola furtivo sullo schermo del telefono, un orecchio teso a intercettare un aggiornamento radio o il commento di un passante. La Lazio si vive comunque, sottopelle, come un rumore di fondo che nessuna delusione può spegnere del tutto.
Essere laziali oggi significa vivere in questo paradosso: dichiararsi esausti di un cammino mediocre e senza pretese, eppure non riuscire a smettere di sperare in un domani in cui sia finalmente lecito sognare quella svolta capace di ribaltare il destino della società..
















