di Gisella SANTORO
Nella sfida contro la Juventus, Daniel Maldini è uscito definitivamente allo scoperto, dimostrando che con la giusta fiducia e un ambiente pronto a valorizzarlo può rendere al meglio. La sua classe e quell’eleganza innata trasmessa geneticamente da suo padre e suo nonno, hanno lasciato spazio a una cattiveria agonistica imprevista. Dopotutto, a differenza di quanto accade fuori dai campi di calcio, rubare palloni e limitare la libertà di manovra agli avversari non sono scorrettezze, ma virtù celebrate dalle tifoserie.
Seguendo le direttive tecniche di Sarri, che ha impostato la gara su duelli individuali a tutto campo, Maldini si è ritrovato a fronteggiare Bremer. Il difensore bianconero, costantemente schermato e limitato nei movimenti dal pressing asfissiante del giovane talento, non è mai riuscito a imporre il proprio gioco. Il momento simbolo della serata è stato il tunnel magistrale con cui Maldini lo ha freddato, lasciandolo di sasso.
In una prestazione da incorniciare, impreziosita dall’assist per il gol dell’1-0 firmato da Pedro, Maldini è apparso forse solo un po’ timido sottoporta, mancando di quel cinismo spietato tipico degli attaccanti puri. Tuttavia, Daniel nasce centrocampista: un creatore di gioco prestato alla trequarti, non un centravanti da area di rigore. La sua missione è cucire la manovra e inventare spazi dove non esistono, non necessariamente abbattere la porta. Il killer instinct arriverà; per ora Daniel ha deciso di smettere i panni del “bravo ragazzo” per indossare quelli dell’elegante cattivo.
















