di Gisella SANTORO
Il calcio sa essere crudele. Non lo è soltanto nei risultati o nelle classifiche, ma soprattutto nei modi e nei tempi. La notizia dell’addio di Alessio Romagnoli, destinato al Qatar, lascia un vuoto che va ben oltre il rettangolo verde. È la ferita di un popolo, quello laziale, che potrebbe veder partire il proprio idolo senza avergli potuto tributare l’onore che meritava.
Alessio merita di giocare la sua ultima partita all’Olimpico, tra la sua gente, magari con la fascia da capitano al braccio. Invece, il saluto è arrivato in silenzio in una fredda trasferta invernale a Lecce; una gara che il difensore ha voluto fortemente giocare nonostante la testa fosse già rivolta alla nuova avventura araba. Ha scelto di restare concentrato per dirigere probabilmente per l’ultima volta la difesa laziale. Un gesto di professionalità estrema, molto lontano dal caos che regna nel club in questo periodo.
Romagnoli non è un semplice difensore: è il fulcro, l’unico vero pilastro su cui si può basare il tanto sbandierato processo di “ringiovanimento” della Lazio. La sua esperienza può aiutare il lento, ma necessario, inserimento dei nuovi arrivi. Maurizio Sarri lo sa bene e non ha usato giri di parole: senza di lui, questa squadra è destinata a subire molti più gol.
Anche in fase offensiva Romagnoli ha dato in passato il suo prezioso contributo segnando “gol pesanti”, come quelli della scorsa stagione: la rete nel derby capitolino di campionato terminato in pareggio e il gol decisivo nella vittoria per 1-2 contro il Viktoria Plzen in Europa League. Le sue marcature sono quasi sempre arrivate grazie a stacchi imperiosi su calci piazzati, le classiche giocate in cui anche i difensori sanno dimostrare qualità da attaccanti. In questa stagione non ha ancora timbrato il cartellino dei marcatori e la sua permanenza nella Lazio potrebbe confermare le sue doti offensive con qualche gol.
Oltre al ruolo difensivo e ai gol determinanti, Romagnoli lo si ammira per il suo temperamento che lo porta a lottare su ogni pallone, anche a costo di collezionare cartellini gialli spesso generosi o del tutto inventati. È lo scudo della Lazio, non solo tecnicamente ma anche emotivamente. Resterà iconico il suo sfogo catturato dalle telecamere del dicembre scorso al termine della partita contro l’Udinese: “Succede sempre a noi”. Una frase amara che gridava tutta l’ingiustizia e la frustrazione di un ambiente che si sente costantemente penalizzato.
Se partirà in direzione Qatar non sarà una rottura con la fede biancazzurra perché Romagnoli laziale lo è sempre stato e per sempre lo sarà.
















