di Fabio BELLI

Alla luce degli accadimenti delle ultime ore, possiamo dirlo: la riapertura del calciomercato per la Lazio non è una concessione, è una tardiva ammissione di colpa da parte di chi le regole dovrebbe somministrarle e garantirle. Perché il blocco imposto al club biancazzurro è stato uno degli atti più discutibili degli ultimi anni da parte della FIGC. Un provvedimento rigido e applicato senza alcuna volontà di equilibrio, insomma detto in una parola: Federbullismo.




La Lazio ha sbagliato, è inutile girarci attorno. Il club non è rientrato negli indicatori economici previsti, in particolare nel rapporto costi-ricavi (tallone d’Achille da diverso tempo della gestione biancazzurra), e ha prestato il fianco a un intervento federale. Ma da qui a paralizzare completamente il mercato, arrivando addirittura a impedire di fatto anche la vendita dei calciatori (non potendoli rimpiazzare neanche a una cifra magari inferiore a quella incassata), e quindi qualsiasi possibilità di immettere liquidità, il passo è enorme. Un passo che la FIGC ha scelto di compiere senza esitazioni, sfruttando fino in fondo il punto debole della società e portando avanti una norma che sarebbe poi decaduta dal 1 luglio, salvo rinnegarlo quando la problematica si è estesa ad altri club.

La contraddizione emerge in modo clamoroso se si guarda a quanto accaduto nelle ultime ore. Per il mercato invernale, infatti, è bastata una semplice modifica delle NOIF per “ammorbidire” quei vincoli che, con i nuovi indicatori, avrebbero messo in difficoltà diverse società di Serie A. Club come Napoli, Como e Fiorentina, che si sarebbero trovati con il mercato bloccato o a saldo zero, hanno improvvisamente beneficiato di una normativa più elastica. Una mano tesa, senza troppi giri di parole, che poi i club potranno accettare o meno a seconda delle proprie esigenze. Al club partenopeo, ad esempio, dopo i recenti ingenti investimenti un mercato a saldo zero potrebbe anche stare bene, sempre per parlare con franchezza.

Alla Lazio, invece, nessuna mano e soprattutto nessuna gradualità nelle sanzioni. Una società senza debiti strutturali è stata trattata ben peggio di club con centinaia di milioni di passivo sulle spalle, liberi di operare mentre su Formello si abbatteva lo tsunami di un’estate senza mercato che ha messo a repentaglio il rapporto con Sarri prima ancora di depositare il mercato del tecnico e ha scatenato, comprensibilmente, la furia del popolo biancazzurro. Quando la sofferenza finanziaria era “solo” laziale, le regole erano intoccabili. Quando il problema ha iniziato a riguardare più piazze, le stesse regole sono diventate improvvisamente modificabili.

È difficile non leggere tutto questo come uno scontro politico-sportivo, una guerra fredda (ma neanche troppo…) tra Gabriele Gravina e Claudio Lotito. Una guerra che, come spesso accade, non si combatte solo nelle stanze dei bottoni, ma finisce per riflettersi sul campo. E qui il discorso diventa ancora più inquietante.

Il trattamento arbitrale riservato alla Lazio in questa prima fase di campionato è stato, nel migliore dei casi, disastroso. Nel peggiore, sistematico. Gli episodi sono tanti, troppi per essere liquidati come casualità.

A Como, Manganiello nega un rigore netto su Castellanos. A Sassuolo, Tremolada prima revoca in maniera discutibile il rosso inflitto a Vranckx, poi sorvola su un fallo evidente su Provedel, spintosi in area avversaria a caccia del pareggio, al 95’. Contro il Torino, Piccinini convalida un gol viziato da fuorigioco attivo che vale il 2-3 dei granata. Con la Juventus, Colombo ignora una cartellino rosso per McKennie, evitando di fischiare fallo pur di non comminare la seconda ammonizione all’americano. A Milano contro l’Inter, ancora Manganiello gestisce le ammonizioni in modo caotico e non sanziona Lautaro, scatenando l’ira di Sarri. A San Siro contro il Milan, Collu non vede il fallo di mano di Pavlovic col conseguente caos al VAR a cui tutti hanno tristemente avuto modo di assistere. Con il Bologna, Fabbri espelle Gila per qualche parola di troppo che in altri casi, lo si vede in tutte le partite, viene sistematicamente ignorata. A Parma, Marchetti manda sotto la doccia Zaccagni e Basic. Contro la Cremonese, Pairetto nega due rigori evidenti su Castellanos e Noslin.

Una sequenza impressionante, che ha inciso sui risultati, sul morale della squadra e sull’ambiente. E che, sommata al blocco del mercato, ha dato la sensazione di una Lazio lasciata sola, schiacciata tra rigidità federale e decisioni arbitrali punitive.

Oggi il mercato si riapre, ma il danno resta. Mesi persi, occasioni sfumate, una rosa rimasta incompleta mentre altre si rinforzavano. La Lazio ha pagato i propri errori, sì, ma li ha pagati al massimo prezzo possibile. Altri, molto più indebitati, no. E l’implacabile mano Federale si è ritratta, concedendo correzioni e scappatoie, quando si è capito che l’incendio rischiava di estendersi a tutta la Serie A.

Questo è il punto. Non l’innocenza o meno della Lazio, ma la disparità totale di trattamento. La sensazione che le norme non siano uguali per tutti, e che possano diventare flessibili o inflessibili a seconda del nome scritto sulla porta. La riapertura del mercato non cancella tutto ma almeno certifica una verità: quel blocco totale non era inevitabile, era una scelta ben precisa e la Lazio l’ha dovuta subire fino in fondo, con tutte le devastanti conseguenze del caso.






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