di Fabio BELLI

L’ipotesi di una quotazione della Lazio sul mercato americano, probabilmente tramite ADR (American Depositary Receipts), ha acceso il dibattito non solo tra i tifosi, ma anche tra analisti e operatori finanziari. Ma cosa comporterebbe davvero questa mossa? E soprattutto: porterebbe più soldi nelle casse o si tratterebbe principalmente di un’operazione di immagine?

Nel pomeriggio newyorkese di martedì il club, rappresentato da Enrico Lotito, Direttore Generale del Settore Giovanile biancazzurro, ed Emanuele Floridi, Portavoce e Responsabile Strategia e Organizzazione della Comunicazione della S.S Lazio, ha ufficialmente partecipato alla cerimonia ufficiale di chiusura delle contrattazioni del Nasdaq, presso la sede di Times Square. Nel comunicato pubblicato sul sito del club merita particolare attenzione la dichiarazione di Floridi: “Suonare la campana del Nasdaq significa portare la Lazio in uno dei luoghi simbolo dell’innovazione globale. È l’inizio di un percorso che va oltre il calcio giocato e racconta un Club capace di dialogare con finanza tecnologia e media internazionali, valorizzando il proprio brand e la visione distributiva del prodotto in una fase di profonda trasformazione del settore sportivo globale”.




Effettivamente l’eventuale ingresso nel mercato borsistico elettronico americano (la traduzione letterale di Nasdaq è “Associazione nazionale degli operatori in titoli con quotazione automatizzata“) potrebbe rappresentare per un club calcistico italiano una rivoluzione in termini di visibilità e appeal del brand, piuttosto che una pioggia immediata di capitali come ipotizzato inizialmente da alcuni, quando la voce ha iniziato a circolare.

Cerchiamo di capire cosa potrebbe comportare una quotazione del titolo Lazio al Nasdaq in termini concreti. Molto probabilmente per un club calcistico la strada più credibile sarebbe l’emissione di ADR (per l’appunto acronimo di American Depositary Receipts) molto più di un dual listing (doppia quotazione a Eurotext Milan e al Nasdaq), che richiederebbe passaggi molto complessi, oppure di una costituzione di una holding estera. Con gli ADR le azioni della Lazio resterebbero in Italia, una banca americana emetterebbe ADR che rappresentano una o più azioni del club e sarebbero quotabili al Nasdaq, soluzione adottata da molte società europee. Per essere precisi, gli ADR non sono azioni, ma ricevute di deposito emesse da banche statunitensi e in sostanza rappresentano la proprietà di azioni di società non statunitensi.

Dunque l’investitore americano non acquista direttamente il titolo italiano, ma il suo “equivalente” negoziato negli Stati Uniti. I punti chiave da tenere a mente sono che gli ADR non creano nuove azioni, non modificano l’assetto proprietario e soprattutto non portano capitale fresco in automatico. Un aumento della liquidità del titolo è strettamente legato anche alla sua notorietà: il caso del Manchester United può essere esemplificativo in questo senso, il titolo è già conosciuto a livello globale ed esiste una forte fanbase internazionale. Inoltre, i Red Devils vantano ricavi stabili e un modello di business “leggibile” per gli investitori.

Per la Lazio ci sarebbero invece controindicazioni ma anche stimoli nel giocare una carta del genere. Il pericolo è che il titolo resti di nicchia, con un numero di scambi modesto in un mercato americano che tende a privilegiare tecnologia e media (che restano il “core” del Nasdaq). D’altra parte l’emissione di ADR richiederebbe trasparenza totale riguardo stipendi, contratti e debiti: punti di forza da sempre per la Lazio che sarebbe il club italiano maggiormente idoneo a un’operazione simile. A questo si legherebbe anche il discorso del patrimonio immobiliare: la Lazio ne vanta già uno consolidato senza stadio, con l’operazione-Flaminio l’alta volatilità dei club calcistici al Nasdaq sarebbe ancor meglio contenuta. Con lo stadio per un club entrano fondi infrastrutturali, investitori long-term e il club diventa investibile, non solo tifabile. Old Trafford è una colonna del valore del già citato Manchester United a Wall Street. Ciò che fa davvero la differenza, quando un club si presenta agli investitori, è la qualità e la prevedibilità dei flussi di cassa. Ed è qui che entra in gioco l’impianto di proprietà: senza stadio, il club è una squadra. Con lo stadio, diventa un’azienda.

Gli ADR possono migliorare marginalmente la liquidità, ma non la trasformano. Il rischio concreto è quello di una negoziazione discontinua e fortemente legata agli eventi sportivi, come ad esempio derby, qualificazioni in Europa o trofei vinti o mancati, mercato; i titoli dei club sportivi al Nasdaq risentono maggiormente dei risultati di campo rispetto a quanto avviene nei mercati europei. Gli ADR non sono un aumento di capitale e dunque non portano nuovi fondi alla società ma possono avere una funzione strategica indiretta. Preparare il terreno per operazioni future, rendere il titolo più invitante per gli investimenti di soggetti extra-europei, potenzialmente facilitare l’ingresso di un socio estero oppure operazioni straordinarie legate a stadio o media. In questo senso servirebbe un cambio di passo anche sul piano industriale, il che potrebbe essere legato a doppio filo alla questione stadio.

La quotazione al Nasdaq tramite l’emissione di ADR dunque può diventare potenzialmente una grande vetrina, ma non un “bancomat” in senso stretto. Rafforzerebbe il brand Lazio a livello internazionale, aumenterebbe la visibilità verso sponsor e partner USA, consentirebbe al club di “sedersi al tavolo” dei mercati globali. Sul piano degli incassi immediati la potenzialità sarebbe invece molto limitata, soprattutto senza stadio di proprietà e una crescita strutturale dei ricavi.

La possibile quotazione della Lazio al NASDAQ tramite ADR sarebbe un passo simbolicamente importante, ma finanziariamente prudente. Non cambia la proprietà, non porta capitali nell’immediato e non trasforma il titolo in un asset globale. Serve piuttosto a raccontare una storia: quella di un club che guarda oltre i confini italiani e prova a posizionarsi su un palcoscenico internazionale. Una mossa intelligente sul piano dell’immagine, a patto di non scambiarla per una rivoluzione economica in senso immediato.






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