di Giorgio BICOCCHI
Solo una volta Sarri aveva derogato al suo inflessibile integralismo: nel finale dell’ultimo Lazio-Genoa schierando contemporaneamente in campo Immobile e Castellanos. Un esperimento estemporaneo, durato solo uno scampolo di partita (che fini’ pure male, come ricorderete…). Bene, a fine gara Sarri boccio’ quel tentativo. Mai lo avrebbe riproposto.
Da allora se usciva un esterno subentrava un omologo di ruolo. Idem in attacco: se esce Ciro, entra Taty. O viceversa. Uguale in mezzo al campo: tre centrocampisti iniziavano e tre finivano la gara. Non c’era spazio per le deroghe, gli artifici, le prove.
Ecco perché quando Tudor ha schierato contemporaneamente in campo, nella ripresa, Taty, Luis Alberto, Pedro, Felipe, Zaccagni, Kamada e Guendouzi abbiamo capito che un po’ di follia – in questo pallone troppo spesso ingabbiato dai moduli e dal rispetto delle posizioni in campo – serve maledettamente, a volte, per venire a capo di gare complesse come quelle col Verona, portandole dalla propria parte.
E forse è anche questo ad aver condannato Sarri al terzo anno sulla nostra panchina: non aver donato imprevedibilità e un pizzico di follia alla sua Lazio. E questa routine – negli allenamenti e in gara – deve avere infiacchito anche i giocatori. Perché poi il pallone – spesso – e’ pure follia. Come quando Tudor ha chiesto a Felipe e al rientrante Zaccagni di correre a tutta fascia e a Kamada di riciclarsi incursore, in attacco, e mediano di rottura, nei ripiegamenti. E’ nata insomma la Lazio camaleontica di Tudor: Fascetti, ai suoi tempi, lo chiamava “casino organizzato”. Accezione sicuramente esagerata per la Lazio attuale ma i dati sono li’: cinque gare di campionato e quattro vittorie per 12 punti. E’ grazie anche a questa vena di follia e di disprezzo di schemi e posizioni definite a tavolino che la Lazio si è ritagliata un finale di stagione con un senso compiuto…
















