di Arianna MICHETTONI

Esistono le parabole matematiche, fisse nelle loro leggi immutabili, perfette nella loro formulazione, sempre calcolabili. Una visione che disegna un punto d’incontro tra una fase discendente e una fase ascendente, quasi una curva di vita che ognuno, in un sospiro, può disegnare sull’asse cartesiano. La parabola matematica è rigida: non spiega, misura. È una formula da trovare. Appunto.




Esistono le parabole religiose: narrazioni didascaliche, dal significato profondo e metaforico. Racconti di una realtà possibile, parallela alla vita; insegnamenti permanenti, sempre validi, da applicare – al bisogno – con saggezza e discernimento. Le parabole religiosi dicono e distinguono il giusto dallo sbagliato, raramente ponendoci, nel mezzo, una sfumatura di possibile compromesso. Una cosa è o non è, con il potenziale per esserlo anche quando non lo è

Esiste la parabola Luis Alberto: la retta d’intersezione tra due piani di significato paralleli, che potranno infinitamente avvicinarsi senza incontrarsi mai. Il suo tragitto dal basso all’alto, e dall’alto al basso e poi di nuovo, da giù a su, è un esercizio compiuto e riuscito. Così come il suo prosaico insegnamento fatto di ascetico silenzio e di rumorosissimo sdegno verso tutto ciò che retto non lo è, e da parallelo diventa perpendicolare e, perciò, di intralcio. Di intralcio soprattutto alla sua massima espressione di calcio, che contiene un tocco divino e un tocco matematico nel calcolo della traiettoria dei suoi gol ed assist e delle sue direzioni di mercato, così diverse e varie e slegate cronologicamente.

È gennaio e siamo al punto più basso, quello fatto di addii, di incompatibilità tecniche, caratteriali, quasi personali. E poi è giugno, cabala e alfabeto perfetti, e siamo al punto più alto, quello comunque fatto di addii, di incompatibilità economiche. Una parabola, davvero.

Nel mezzo, farisei e miscredenti che hanno fatto della geometria della partenza di Luis Alberto una costante – non matematica, ma di vita. Quotidiani (di tempo e di fatto) tentativi di direzionare la parabola, persino facendola cadere sul Cadice che, oltre ogni romanticismo, segnava la fine del problema e la sua corretta soluzione – letteralmente. Luis avrebbe dovuto svestirsi di tutto, pur di adempiere all’altra parabola, quella religiosa: rinunciare a soldi, prestigio e possibilità di fare calcio, vero e bello, nella Lazio. Rinnegato tre volte – come le 3 partite perse, sulle 38 che compongono il campionato di serie A; già rimpianto il terzo giorno quando, risorto, fa risorgere la Lazio verso un secondo posto attribuibile a tutti (chi più, chi meno) e soprattutto a lui.

Più di un figliol prodigo, Luis Alberto ha involontariamente creato un nuovo concetto di coerenza: si sgozza il vitello grasso per il fratello geniale che ritorna, non per l’uomo comune che resta in disparte a sbagliare giudizi e a sperare nel fallimento altrui. Che poi, puntualmente, non accade: è per i salvatori del mondo calcistico che si usano le parabole, non per la normalità di chiederne la cessione, poi il rinnovo – come un qualsiasi popolo che salva Barabba.






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