di Fabio BELLI

Ci risiamo. Ne avevamo parlato pochi mesi fa cercando di analizzare quale fosse il problema con la Lazio. Dalla questione tamponi era arrivato il picco di un’onda lunga partita con reazioni scomposte ai successi che, prima del lockdown, avevano visto la banda di Simone Inzaghi arrampicarsi addirittura in testa alla classifica.




Le cose non sono migliorate col tempo, ma mesi e mesi passati a sbattere il mostro in prima pagina, a parlare della Lazio come la squadra più scorretta e antipatica del mondo, hanno portato i loro frutti. E non parliamo del solito concerto di risatine, battute e compiacimenti che accompagnano ogni periodo di crisi tecnica del club. Per quanto si possa esagerare o meno, lo sfottò fra tifosi è il sale del calcio e in ogni caso ognuno ha il diritto di farsi stare antipatico chi gli pare, anche senza motivi razionali.

La questione si fa differente quando l’oggetto dell’antipatia diventa una vera ossessione e soprattutto si prende ogni pretesto per scatenare una vera “shitstorm” che sui social è un’abitudine aberrante quanto frequente: si sceglie il bersaglio del momento e lo si massacra, anche se a malapena si è sentito parlare di lui. Nelle ultime ore si è raggiunto un altro picco e il simbolo dell’odio di tutte le tifoserie d’Italia si è concretizzato in Simone Inzaghi. Detto della soggettività legittima di ogni antipatia, bisogna anche parlare di fatti: ovvero di un allenatore che mai ha offeso una tifoseria avversaria, mai ha provocato una squadra rivale e ha sempre stemperato e tenuto sui binari della massima educazione i rapporti con la stampa e gli addetti ai lavori.

Questo nonostante il tifoso laziale spesso sia stato costretto a subire provocazioni di ogni tipo, allenatori boriosi e personaggi venerati come Milord che hanno invitato ad “attaccarsi al fumo della pipa” i giornalisti in conferenza stampa e tutti i tifosi appresso. Senza dimenticarne altri che, con meno capelli, hanno inneggiato alla squadra avversaria o, sempre altri scarsicriniti che hanno insultato in zona mista dopo una Champions strappata in maniera neanche troppo limpida.

Inzaghi commetterà i suoi errori, in campo e davanti al microfono, non è in discussione questo. Ma vederlo diventare di tendenza su Twitter e altri social fa male per la quantità di livore riversata, che si estende poi a tutta la Lazio: e come detto sopra non ci si limita alle prese in giro più o meno velenose, ma a veri propri insulti e tweet che nei toni sconfinano nella vera e propria minaccia, in altri casi nell’anatema o la maledizione. Un allenatore che difende il proprio gruppo e i propri colori d’altronde fa male a chi vuole una Lazio china di fronte alle altre grandi (o presunte tali) del campionato: non digerire i torti arbitrali, cercare di lottare anche quando le cose vanno male: qualità che forse mancano a chi si ritrova in panchina manici poco convinti, che non scatenano certo lo stesso senso di appartenenza.

Il laziale sarà abituato a lottare contro tutto e tutti ma il club è una società quotata in borsa che deve tutelare l’immagine sua e dei propri tesserati. In questi mesi il lavoro in questo senso è stato più che soddisfacente ma la lotta è impari e serve uno sforzo in più, da parte di tutte le componenti del mondo Lazio. Basti leggere i tweet qui sotto, lanciati dai personaggi più disparati (dall’allenatore di volley Berruto a giornalisti e opinionisti più o meno quotati) per capire il livello che si è raggiunto. Sparare sulla Lazio è la moda del momento e in Italia la moda tende a dominare per poi passare, sempre. Ma subirla inermi non si può, la valanga di odio social su Inzaghi e la Lazio va fermata.

 

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