di Arianna MICHETTONI

Non sono le parole di Cassano – che qui riportiamo per coerenza argomentativa “Da quando Lulic gli ha fatto gol in Coppa Italia… una è “morta”, l’altra vivrà in eterno. […] La roma potrà vincere anche 10 derby, la Lazio ricorderà sempre quell’immagine di quando gli hanno tolto la Coppa Italia. Per loro (la roma, ndA) è importante solo quella partita. Sono disposti a vincere i due derby, poi non gliene frega niente se vanno in Coppa dei Campioni o in finale di Coppa Italia o fanno roba importante. Vivono per quella partita tutto l’anno.”
È che, nell’età della maturità, nell’età della prospettiva e nell’età della proporzione – diretta e inversa – si pensa, direttamente: “finalmente!” e inversamente: “finalmente!”.




Finalmente, sì: finalmente c’è la descrizione chiara, perentoria ed inequivocabile di un concetto dibattuto dalla nascita della parola, utile soltanto a definire il confine di due fazioni – o, più semplicemente – di due pensieri opposti: Lazio e roma, giorno e notte, luce e buio – e così via.
Finalmente, dunque: ché, crescendo le aspettative per una partita che ad alcuni piace definire “derby”, è direttamente proporzionale la crescita di un malcelato complesso di inferiorità, latente nello sguardo, nel fondo dei cuori, ma presente ad ogni occhiata e in ogni battito.
Finalmente perché, decrescendo l’importanza di una partita che ad alcuni piace definire “derby” ma che torna sempre nella sua dimensione di dovere di campionato, cresce l’importanza non dei 3 punti quale massima posta in palio ma di un trofeo conquistato, indelebile ed incancellabile.

Ecco allora la centralità della prospettiva: è un distacco elegante, un sorriso appena accennato – comprensivo sulla forma delle labbra – ad accompagnare un annuire leggero. La partita della Lazio contro la roma è un mero gesto di cortesia che la tifoseria biancazzurra fa alla tifoseria giallorossa, una sportiva commemorazione dei caduti nel giorno in cui la guerra fu vinta e la medaglia consegnata (e gettata) e la coppa alzata. Un rispetto generoso delle vittime calcistiche e della loro tracotanza, che già le divinità greche (e bosniache poi) amavano punire. Ben accetti sono allora i vani tentativi di rovesciamento della prospettiva, come in un carnevale agonistico dove, per un giorno soltanto, ci si può mascherare: travestirsi da vincenti, ad esempio, e fingere di avere una caratura ed un valore che però, svestiti gli abiti della farsa, torna a mostrare una società fortemente indebitata, priva di trofei, esclusa dalla narrazione internazionale, umiliata dal suo giocatore più rappresentativo (sì, Zaniolo).

Eppure il Carnevale, nel suo intento forse più meschino, è anche leggerezza e spensieratezza: ottimi stati d’animo attraverso cui filtrare novanta minuti – esistenziali per alcuni, complementari per altri. Una manciata di vita che scorre attraverso (purtroppo) uno schermo, presto dimenticato dalla scarica di adrenalina della prossima partita: di questo derby nulla verrà ricordato.




LASCIA UN COMMENTO

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.