di Andrea GIOIA

ESCLUSIVO – Intervista ad Ernesto Calisti: “A 19 anni Maradona mi fece i complimenti. Senza infortuni, avrei potuto giocare Italia ’90”

Per questo articolo de “Le Interviste degli Eroi”, ho deciso di sentire la voce di uno dei protagonisti del calcio anni ’80 e ’90, un grande difensore, un giocatore chiamato a marcare Maradona quando aveva appena 19 anni, catapultato nel campionato più bello del mondo dalla porta principale.

Ernesto Calisti mi dimostra subito la sua cordialità e la sua voglia di raccontare quella carriera da protagonista, passata accanto a campioni che hanno fatto la storia di questo sport. Una carriera che lo ha visto esordire nella sua amata Lazio, per poi trasferirsi in piazze di prima grandezza come la Fiorentina di Baggio o il Verona di Bagnoli e Fascetti.

Come mia consuetudine, comincio chiedendogli qualcosa sull’inizio del suo percorso calcistico … “Io sono arrivato alla Lazio a 9 anni, nel ’74, con la vittoria dello Scudetto. Poi ho fatto tutta la trafila nelle giovanili. Ricordo il vecchio Stadio Olimpico, nel quale facevo il raccattapalle. Quello è il mio stadio, quello che sento più mio”.

Dopo aver conosciuto gli esordi di Calisti, passo subito alla domanda riguardante il suo mitico incontro con il dio del calcio Maradona … “Se n’è andato un grandissimo personaggio. In campo era di una correttezza unica, anche se prendeva tante botte. Io entrai nel secondo tempo di Lazio-Napoli del 14 Ottobre 1984. Il primo tempo lo aveva marcato Francesco Fonte, anche bene. Poi il tecnico Lorenzo mi disse: “Lei si alzi e mi marchi Maradona”. Io entrai in campo con la sfrontatezza della gioventù e andò benissimo, lui mi fece tantissimi complimenti. Come me li fece Casarin. Un calcio d’altri tempi, diverso da quello di oggi. Per me fu una grande fortuna perché diventai titolare nella Lazio”.

Quella grandissima Lazio, nella quale giocava un giovanissimo Calisti, nonostante fosse davvero forte finì per retrocedere in Serie B. Mi faccio allora spiegare i perché di quella retrocessione … “Ancora oggi non me lo spiego. Fummo sfortunati, perdemmo partite che non meritavamo di perdere. Una serie di fattori, in quelle annate che vanno storte. Giordano, Manfredonia, D’Amico erano grandi campioni, a noi giovani ci trattavano con bastone e carota. Ci hanno fatto crescere sotto tutti i punti di vista”.

Anche il mitico Giorgio Chinaglia ebbe una parte importante nella crescita di Calisti… “Quando tornai dalla Cavese, dove feci un campionato bellissimo in B, Chinaglia mi convinse a rimanere. Era una personaggio molto carismatico. Ebbe ragione perché feci un primo torneo di Serie A di ottimo livello, in quella Serie A che al tempo contava giocatori come Socrates, Platini, Rummenigge, Zico e via discorrendo”.

La Lazio del meno 9 è un altro capitolo che vorrei affrontare, guidata da quell’Eugenio Fascetti che diventerà il simbolo di una rincorsa verso la gloria… “Quell’anno fu di sofferenza per me, perché avevo subìto degli infortuni molto gravi. Purtroppo non riuscii a dare una mano ai miei compagni. La sfortuna mi perseguitava. Fu un’annata bella, in un campionato molto difficile. C’erano uomini veri che riuscirono a far rimanere la Lazio in B. C’era anche Maurizio Schillaci, un talento che purtroppo ebbe un problema fisico difficile da superare“.

Il passaggio nella Fiorentina di fine anni ’80 è un altro capitolo che vale la pena di raccontare, in una formazione fatta di giovani campioni che stavano per affacciarsi sul panorama internazionale… “Ho ritrovato Eriksson, che già mi voleva alla Roma. Al tempo mi infortunai e non se ne fece più nulla (anche se ammetto che da laziale sarebbe stato molto difficile per me). Quando arrivai a Firenze non avevo completato il recupero ma la Fiorentina mi diede fiducia. C’era il compianto presidente Pier Cesare Baretti, una grandissima persona. Recuperai e feci quindici partite. C’erano Baggio, Borgonovo, Dunga, Davide Pellegrini, Ramon Diaz. Con quella squadra arrivammo in Coppa Uefa. Eriksson era un ottimo allenatore e una persona a modo. Sarei voluto rimanere ma arrivò il Verona”.

E’ proprio il Verona, dopo la Lazio, la squadra alla quale Ernesto Calisti rimane più legato. Naturale quindi chiedergli di quei 5 anni passati in Veneto e di quella discussa partita che tolse i sogni di gloria al Milan di Sacchi… “A me Verona è rimasta nel cuore. Quasi cinque anni fantastici, un grande rapporto con i tifosi. Ebbi i miei maestri al Verona. Bagnoli è stato forse il più bravo allenatore che io abbia avuto. Una persona seria e onesta. Fascetti, con cui eravamo ad un punto dalla salvezza, lo mandarono via chiamando Liedholm. E quell’anno retrocedemmo. Con lui, probabilmente, ci saremmo salvati. La partita contro il Milan era importante per noi, però noi avevamo la fame sportiva. Abbiamo fatto una prova straordinaria nonostante quel Milan fosse fortissimo”.

Prima di concludere con la mia solita domanda riservata al compagno di squadra più forte, chiedo ad Ernesto qualche racconto della sua esperienza nell’Under 21 di Vicini…  “Vicini era come un papà, una persona splendida, un signore. Era bravissimo nella gestione del gruppo. Avevamo, forse, l’Under 21 più forte che ci sia mai stata: Mancini, Vialli, De Napoli, Matteoli, Zenga, Donadoni, Cravero, Baldieri. Io ho fatto la prima parte di qualificazione agli Europei e poi ci fu l’infortunio che mi tagliò fuori. Senza quello avrei fatto una carriera diversa e, probabilmente, avrei potuto partecipare al Mondiale del 1990, quando Vicini portò molto del blocco di quella formazione“.

Vado con la domanda finale: i giocatori più forti con i quali hai giocato?… “Baggio e Giordano su tutti. Roberto è stato il giocatore più forte degli ultimi anni in Italia, lo vedevi in allenamento fare dei numeri impressionanti. Bruno, per me, è il Grande Bruno: ci ho giocato insieme, gli ho fatto il raccattapalle e sono stato un suo giocatore quando lui allenava il Frosinone”.

(Fonte: Gli Eroi del Calcio)

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