Nel giorno dell’anniversario della vittoria del 26 maggio 2013, ospitiamo i racconti di cari amici e colleghi e dei nostri redattori su quella fantastica giornata. Tocca al nostro implacabile pagellista della redazione, Alessandro De Carolis




#ilmio26maggio, Un racconto hobbit: ho camminato con i giganti

di Alessandro DE CAROLIS

Se mai si racconterà la mia storia si dica che ho camminato con i giganti. Gli uomini sorgono e cadono come grano invernale, ma questi nomi non periranno mai. Si dica che ho vissuto al tempo di Klose… si dica che ho vissuto ai tempi di Lulic”. “Si parlerà di questa partita per mille anni”, “Tra mille anni di noi non resterà nemmeno la polvere”, “Si è vero, ma i loro nomi resteranno”. Sono tre frasi modificate dal film Troy con cui voglio ricordare quel 26 maggio 2013, come se fosse un testo di Omero.




Un giorno che non scorderò mai, un racconto da tramandare ai miei figli e ai miei nipoti. Una partita che ha cambiato la storia sportiva della capitale.

Dopo aver conquistato la finale battendo la Juventus 2-1 in casa (già quella partita fu un mezzo infarto), la preparazione alla vera “guerra” cominciò il 17 aprile. La sera in cui la Roma eliminò l’Inter nell’altra semifinale di coppa. Poco più di un mese passato con quel chiodo fisso, tanto che dormivo poco e male sudando per l’importanza della partita. Il primo derby romano in una finale di coppa, in una città dove vincere trofei non è per nulla scontato. Un mese di provocazioni, prese in giro e scommesse con i “cugini”. La notte prima fu un vero dramma, erano le tre di notte e io ero lì, nel letto sotto alle coperte ma con due occhi così. Il panico era troppo, tanto da farmi pensare di scappare su Marte se le cose fossero andate male.




Quella mattina avevo lezione in facoltà, non ci andai perché tanto sapevo che sarebbe stato inutile. A pranzo non riuscivo a mangiare, come se avessi lo stomaco incollato alla spina dorsale. A cena mangiai qualcosa per nervosismo, più per scaricare l’adrenalina che per fame vera e propria.

Non eravamo riusciti a trovare i biglietti della partita (dissolti all’istante come neve al sole), una gioia per mamma almeno. Io, mio padre e mio fratello con due divani diventati per una sera le nostre trincee.

La partita non fu esaltante, specie nel primo tempo. Tutti capirono quanto gli stessi giocatori sentissero il peso e la responsabilità della partita. Della partita in sé ho pochi ricordi perché ero in una specie di ipnosi, come se tutto il mondo non esistesse in quei 90’. A fine primo tempo avevo bisogno di una doccia per come ero ridotto. Ricordo che più passavano i minuti nella ripresa e più pensavo alla possibilità dei supplementari e dei rigori. No, non potevo reggere così tanto. Al 71’ persino il tempo si era fermato, dal tocco di Lobont al tap-in di Lulic sembrava passato un arco di tempo infinito. Ricordo il boato che ha fatto tremare le mura di casa con noi tre a urlare e a saltare, i cani erano scappati in cucina dallo spavento e dal rumore. Partirono gli abbracci, le lacrime di gioia e una flebile speranza di vittoria. Ma se il tempo sembrava rallentato durante il tap-in di Lulic, nulla al confronto dei 19’ più recupero mancanti. Ora prevaleva un misto di ansia, gioia e paura. Era tutto troppo bello per essere vero. Non volevo pensarci per non rimanere scottato.




Triplice fischio finale, la coppa era nostra! Una coppa in faccia che rimarrà nella storia. Ricordo il post-partita fatto di trenini dentro casa, di urla nel giardino per farci sentire dal vicino romanista (misteriosamente muto e inesistente come un fantasma). Ricordo la fame grande e improvvisa. Mangiammo e bevemmo tutta sera. Mi gustai la premiazione come un piatto di un ristorante stellato. Totti che passava in mezzo alla Lazio schierata per la premiazione era quasi da orgasmo. Cambiavamo ogni canale per vedere e rivedere i replay, le interviste e i servizi di tutte le trasmissioni. Anche quella sera non riuscivo a dormire, ma era l’insonnia più piacevole della mia vita. Facebook era come Roma durante la quarantena: deserto. Quella notte capì l’importanza e la bellezza di essere nato laziale.






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