Nel giorno dell’anniversario della vittoria del 26 maggio 2013, ospitiamo i racconti di cari amici e colleghi e dei nostri redattori su quella fantastica giornata. Chiudiamo in bellezza col direttore editoriale di Laziostory.it, Gian Luca Mignogna, che rivendica un concetto chiave: la Lazio come espressione della nobiltà Capitolina.




#Ilmio26maggio: Io Laziale, l’insonnia della nobiltà capitolina 

di Gian Luca MIGNOGNA

Sin da bambino avevo sempre avuto la sensazione che fosse la Lazio la squadra più nobile della Capitale, sotto ogni punto di vista. Per il bianco e l’azzurro che fregiano elegantemente le nostre maglie. Per aver portato a Roma ed in tutto il centro-sud l’amore e la pratica di ogni disciplina sportiva. Per aver appreso o vissuto l’epopea di Campioni come Bigiarelli, Ancherani, Saraceni, Bernardini, Piola, Puccinelli, Coppi, Onesti, Pedersoli, Cei, Lovati, Chinaglia, Pulici, Re Cecconi, D’Amico e tanti altri, sino all’era Cragnottiana ed alla rinascita Lotitiana. In tutti questi anni, tuttavia, ho sempre percepito un continuo e reiterato tentativo di ribaltamento della storia e della realtà.




C’era un mondo mediatico, politico e istituzionale che mi dava la sensazione di voler calare dall’alto una scala di valori alterata, in cui chi è venuto dopo ammantato di giallo e di rosso, chissà per quale recondito motivo, bisognava per forza farlo salire sullo scranno più alto. Come se gli Scudetti vinti il 12 maggio 1974 e il 14 maggio 2000 fossero stati conquistati da qualche altra parte. Come se non ci spettasse di diritto anche quello conquistato sul campo il 23 maggio 1915. Come se non fosse stata proprio la Lazio, a cominciare dalla finale di Coppa Europa del 1937 per arrivare alla vittoriosa Supercoppa del 1999, a scolpire il proprio nome sulla pietra più pregiata del vecchio continente. Eterna gloria e onore infinito, per me Laziale e per la mia radice romana e latina. Eppure i tentativi di fagocitare uomini e meriti del primo glorioso sodalizio capitolino, ahimé, si sono ripetuti nel tempo senza alcuna soluzione di continuità. Un po’ per il destino beffardo che ci ha strappato Bandiere e meriti senza colpo ferire, un po’ per una cinica volontà umana a cui il nobile Laziale non sempre aveva saputo controbattere.




Poi, come in un sogno, arrivò quel 26 maggio 2013, che per la prima volta mise una di fronte all’altra le due rivali capitoline. Gli occhi di tutto il mondo addosso ed una memorabile Finale di Coppa Italia tutta da giocare. Per una settimana ho dormito poco e male, nell’attesa del giorno fatidico. Io Laziale. Quella partitissima l’ho attesa, senza saperla aspettare. L’ho guardata, senza averla mai vista. L’ho vissuta, senza che la vivesse la mia coscienza. Lassù, con tanti vecchi amici di fede, nelle ultime file dei Distinti Nord-Ovest. E con un filo di rammarico, perché l’attigua Tribuna Tevere presentava qualche spazio vuoto al cospetto del “nemico”. Come un pagano, però, ho saputo attenderne la fine. Per vedere cosa avrebbe sancito il Dio del Pallone. Non ricordo nulla di quei 90′, solo il fischio finale, un pianto liberatorio, l’abbraccio dei miei fratelli biancazzurri e il clacson rauco della mia auto festante. L’insonnia della nobiltà eterna, finalmente, ad un tratto era sia alle mie spalle che per sempre avanti a me. Il mondo aveva capito, saecula saeculorum, chi erano gli Orazi e chi erano i Curiazi…






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