di Arianna MICHETTONI

Una capsula del tempo invertita: queste parole non restituiscono un’immagine del passato, no, sono un inchino al futuro, una riverenza al futuro – che sia un futuro accogliente, tenero come un abbraccio.




Una capsula del tempo invertita: per gli anni che passano e per qualcosa che non passa mai, cambia, cresce, allunga la sua ombra e le sue dita, ma non cambia mai; gli aneddoti si arricchiscono di descrizioni di tempo e paesaggi e di bocca in bocca si ripete un “io c’ero”, si accumulano gli oggetti in soffitta o nel cassetto dei ricordi, ma qualcosa non cambia mai.

La Lazio, non cambia mai.

E allora siamo a dieci anni da adesso, i bambini non avranno svestito la maglia dell’idolo, i padri regaleranno ancora la sciarpa al figlio o alla figlia, il Bar Sport accoglierà la sua clientela e chissà se ci saranno i giornali o avremo una versione digitalizzata pure del cornetto e cappuccino – o una virtualizzazione dei sentimenti da talk show; siamo a dieci anni da adesso ed è di nuovo anniversario, di nuovo coreografia, di nuovo Curva Nord che resiste agli occhi lucidi di un’attesa che, mentre si pronuncia la parola “attesa”, è già finita: si svela davanti agli occhi nell’esatto momento in cui, per quell’attesa, capisci che avresti volentieri aspettato anche tutta una vita. Di nuovo un’emozione che non puoi spiegare, forse non puoi neppure capire, di nuovo un discorso perdutosi nel suo vagare e ritrovatosi nello sguardo, nello sguardo di chi ammira la Curva Nord, la Lazio, lo stadio, e in quegli stessi occhi ci trova scritte poesie d’amore, che se ami qualcuno devi dirglielo e anche cantarglielo, che l’amore è il coro del tifoso, è l’urlo al gol in zona Lazio – sì, esiste una zona Lazio.




Una capsula del tempo invertita che ad aprirla, in una speranza immaginativa per la posterità, sarà scrigno dello stupore di una vittoria – di decine di vittorie, ancora dieci di fila, o undici, o dodici – e della piena felicità di un trofeo, dell’orgoglio dello scudetto del 1915, di una lacrima – una soltanto, una lacrima di gratitudine – per chi è il bianco nell’azzurro della Lazio, come nuvola nel cielo, come pallido candore di ciò che rimane. Di chi rimane, di chi resta e festeggia, celebrando quel motto: “vincemmo scegliendo di non essere voi” – vincemmo scegliendo di avere il 9 gennaio, sfidando il destino perché saremo più forti del nostro destino, per noi che “conta er core”, per noi oltre.




Per noi che la Lazio è l’altra metà di un unico indivisibile, terminazione nervosa e riflesso di uno stimolo involontario, risposta ad un perché – “Perché sei della Lazio?” “Perché la Lazio è” – passato-presente-futuro e il metodo del calendario perpetuo, per noi che la Lazio è quella cosa che accade mentre siamo impegnati in altro e ci restituisce al nostro altrove, è quiete prima della tempesta – prima della partita – e la Lazio che è, ad un tempo, la pace e l’agitazione dei nostri cuori. Un cuore che batte, che pulsa, che è vivo, vivo come il tifoso che aprirà la capsula del tempo invertita e vi troverà all’interno una preghiera al futuro, al divenire, a ciò che potrebbe essere, al nuovo da accogliere e al vecchio da lasciare andare sapendo, però, di avere una maglia celebrativa da indossare.





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