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NOTA UFFICIALE

Ad integrazione di quanto già depositato agli atti del procedimento di riesame avente ad oggetto il “Campionato di Prima Categoria 1914/15” ed in vista dell’emissione del parere della Commissione Storica nominata dal Consiglio Federale il 30/05/2019, il sottoscritto Avv. Gian Luca Mignogna ha ritenuto  necessario ed opportuno precisare, osservare e documentare alle Istituzioni Federali quanto segue, onde chiarire come, quando e perché la Lazio 1914/15 subì il grave pregiudizio del “settentrionalismo” post-unitario dell’epoca.




Com’è noto il 31/08/1912 la Figc approvò il “Progetto Valvassori-Faroppa”, che per la prima volta ammise al Campionato di Prima Categoria le squadre centro-meridionali e stabilì che il titolo di “Campione d’Italia” sarebbe stato assegnato nell’ambito di una “Finalissima Nazionale” da disputarsi tra la compagine Campione del Nord e la compagine Campione del Centro-Sud, previo espletamento dei rispettivi Gironi Finali interregionali delle due aree della nazione.

Tale riforma fu approvata nonostante l’ostracismo dei club settentrionali, ma si rivelò comunque pregiudizievole dei diritti di “par condicio” dei club centro-meridionali, poiché la squadra Campione del Centro-Sud risultava suo malgrado costretta a sospender la propria attività agonistica per parecchie settimane in attesa di conoscere la primatista settentrionale e, pertanto, a disputare la “Finalissima Nazionale” in condizioni di forma certamente impari rispetto a quelle della propria avversaria.




Nel Campionato di Prima Categoria 1912/13, infatti, la Lazio divenne Campione dell’Italia Centro-Meridionale il 30/03/1913, ma dovette disputare la finalissima nazionale contro la Pro Vercelli solamente il 01/06/1913 (partita unica) e per di più dovendosi recare sul campo neutro di Genova con tutte le note difficoltà di collegamento logistico, stradale e ferroviario del tempo. Nella stagione successiva, parimenti, la Lazio si confermò Campione dell’Italia Centro-Meridionale il 10/05/1914, ma fu costretta a disputare la finalissima nazionale contro il Casale (partita doppia), recandosi a Casale Monferrato il 05/07/1914 per il match di andata ed ospitando i nerostellati a Roma il 12/07/1914 per la sfida di ritorno (partita e contropartita, come era solito dirsi con il lessico dell’epoca), con le medesime difficoltà di spostamento patite la stagione precedente ed aggravate dalla diversa capacità economico/finanziaria che notoriamente caratterizzava le società settentrionali (più facoltose ed oramai strutturatesi da oltre un decennio) rispetto a quelle centro-meridionali (meno abbienti, aduse a trasferte senza confortevoli pernottamenti e costrette a spostarsi con sfiancanti viaggi su primordiali mezzi di traporto pubblico).

La storiografia tradizionale successiva al Campionato di Prima Categoria 1914/15, peraltro, ha sempre tentato di giustificare la (presunta) assegnazione d’ufficio del titolo di “Campione d’Italia 1914/15” al Genoa sulla base di censurabili considerazioni a carattere discriminatorio, antisportivo e aprioristico, finalizzate ad enfatizzare oltremisura il divario tecnico sussistente tra i club del Nord ed i club del Centro-Sud: a sommesso parere dello scrivente, invero, tale “forzatura” è stata attuata e reiterata strumentalizzando le “posizioni dominanti” su cui in passato hanno potuto contare le società settentrionali a livello politico, istituzionale e mediatico.

La competitività della Lazio di quei tempi, infatti, oltre che dai numerosi risultati sportivi ottenuti nei propri ambiti territoriali, risulta esemplificativamente comprovata puranche dalla circostanza che il 01/01/1913 la società biancazzurra, quale miglior squadra centro-meridionale, fu invitata e ospitata dall’Internazionale di Milano per disputare una prestigiosa amichevole in occasione dell’inaugurazione del nuovo impianto nerazzurro “Virgilio Fossati”: come riporta La Gazzetta dello Sport del 02/01/1913, in quell’occasione i capitolini vennero sì sconfitti per 3-1, ma si distinsero per il bel gioco espresso, destando una grande impressione tra il pubblico e ricevendo addirittura gli elogi di alcuni esperti della stampa settentrionale.

La Gazzetta dello Sport del 02/01/1913

Fino a prova contraria, infatti, nello sport soltanto il campo di gioco e la disputa di match in condizioni di “par condicio” agonistico/regolamentaria possono determinare, ex post e giammai ex ante, il risultato e l’esito di una competizione, come chiaramente è dato evincersi dall’ordinario buon senso, dai più basilari principi olimpici e dalle ulteriori risultanze emerotecarie quivi riportate.

Il Messaggero del 31/07/1914

Tale settentrionalismo discriminatorio non sfuggì affatto alle società calcistiche romane dell’epoca, che difatti, come riporta “Il Messaggero” del 31/07/1914, si riunirono per sollevare vibranti contestazioni all’Assemblea della Federcalcio del 02/08/1914 onde protestare per “l’abbandono in cui furono lasciate le società centrali e meridionali”, ottenere che “le date dei giorni siano stabilite in modo che il campionato settentrionale e quello centrale-meridionale abbiano termine contemporaneamente” e chiedere l’approvazione di modifiche regolamentari affinché “alle semifinali e alle finali debbono essere ammesse le due prime squadre classificate”.




Come riportato da “Il Calcio – Il Bollettino Ufficiale della Figc 1914/15”, invero, le richieste delle società calcistiche romane furono accolte soltanto “in itinere” durante il Campionato di Prima Categoria 1914/15, sicché:

1) al Girone Finale dell’Italia Centrale furono finalmente ammesse le prime due classificate del Girone Toscano (Pisa e Lucca) e le prime due classificate del Girone Laziale (Lazio e Roman);

2) per la prima volta fu prevista la conclusione contestuale del campionato settentrionale e del campionato centro-meridionale;

3) venne stabilita la data del 23 Maggio 1915 per definire in pari data  le due squadre primatiste interregionali e finaliste nazionali.

La Federazione Italiana Giuoco Calcio, tuttavia, il 22 Maggio 1915 indisse la “sospensione bellica” poi comunicata ai club italiani il giorno successivo, con la conseguenza che la “Finalissima Nazionale” 1914/15 non fu mai più disputata e la Lazio tornò a subire il pregiudizio del “settentrionalismo” dell’epoca poiché, in circostanze tuttora ignote ed in difetto di ogni requisito formale, il Genoa risultò successivamente aggiudicatario d’ufficio del titolo di “Campione d’Italia 1914/15” senza alcun presupposto di ordine sportivo e senza alcuna delibera di ordine federale.

Tale grave forma di discriminazione territoriale, vieppiù, si manifestò e si reiterò anche successivamente a tale periodo bellico e post-bellico, allorquando la storiografia nazionale prevalente cominciò a romanzare, senza remora alcuna, che l’assegnazione d’ufficio a favore del genoani sarebbe stata adottata tra il 1919 ed il 1921, circostanza poi inconfutabilmente smentita dai reperti documentali rinvenuti dalla scrivente difesa e già prodotti agli atti del procedimento di riesame de quo (Cfr.: Annuario Italiano del Giuoco del Calcio 1926-1927, pag. 63, edito dalla FIGC nel 1928, che attesta ufficialmente come il Campionato 1914/15 a tale data non risultasse ancora assegnato).

Non solo. Nello stesso senso più di qualche perplessità, infine, desta l’incresciosa circostanza che “L’Italia Sportiva”, quotidiano dell’epoca che nel 1920 fu organo ufficiale della Figc e scrisse nero su bianco che la Lazio 1914/15 fu Campione dell’Italia Centro-Meridionale, è risultata inspiegabilmente espunta presso tutte le elencazioni delle fonti bibliotecarie e degli archivi nazionali fino al relativo ritrovamento nell’ambito delle ricerche eseguite a corredo della presente rivendicazione.

Del tutto destituita di fondamento, ex ultimis, si palesa la circostanza evocata dalla “Fondazione Genoa”, secondo la quale la Lazio avrebbe potuto far valere le proprie ragioni nell’Assemblea Generale della Figc del 13/04/1919, tenuto conto che a quell’epoca il “Comitato Regionale Lazio” era rappresentato meramente “ad interim” dall’Ing. Francesco Mauro: lombardo ed in tempi diversi presidente, dirigente ed allenatore dell’Internazionale di Milano, oltre che dirigente e presidente della stessa Federcalcio.

Illuminante in tal senso si rivela la lettera scritta dal Conte Dino Spetia a “La Gazzetta dello Sport” poco dopo la conclusione della Prima Guerra Mondiale, così come testualmente tratta dal sito del Comitato Regionale Lazio: “Il Comitato Regionale? Morto. Il Commissario per il Lazio ha buona volontà, ma da solo non può fare. Quelli che lo dovrebbero aiutare, o fanno parte delle molteplici giure delle più volte lodate gare e “giornate sportive”, o pensano ai casi loro… La Federazione è in crisi, il suo presidente si è anche dimesso. Ebbene si faccia un Comitato provvisorio, un Consiglio Nazionale… quello che si vuole, ma non si permetta che il football a Roma ritorni ad essere la cenerentola degli sports”.

Con ogni più ampia riserva difensiva.

Roma, lì 04 Ottobre 2019

Avv. Gian Luca Mignogna






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