di Arianna MICHETTONI

Le pagelle biancazzurre della debacle allo stadio San Paolo di Napoli:




Strakosha 5 Porello. Vatti a fidare dei compagni. Stava lì a urlare “mia mia mia” e Wallace, con la coordinazione del trenino a capodanno, gli ricorda che in Albania non è poi così difficile uccidere – e si uccide per molto meno. Nulla può pure sugli altri gol. Tanto che quando c’è da uscire, da anticipare, non sbaglia nulla.




Wallace 0 Sul serio, zero. Tipo la voglia che ha il laziale medio di vivere dopo stasera: zero. Nulla. È una lunghissima, profondissima pausa di riflessione anti-suicidio. Poi domani è un altro giorno, vero, ma un altro giorno vale la pena viverlo solo appendendo la 13 al chiodo. Che se sei sfortunato per ti scegli la maglia 65, 38, 92. Iettatore.

De Vrij. 5.5 (il 6 l’avrebbe preso a rinnovo firmato, famo a capisse). L’unico degno del ruolo di difensore. È il difensore dei sogni laziali, pure. Però non rinnova e allora l’esultanza al gol resta lì, strozzata, non ti fidi, e infatti. Capisce presto di dover fare tutto da solo, medita la fuga da Formello pressato dalla responsabilità di dover gestire un reparto intero. A fine gara vaga con sguardo lontano.




Radu 5 Sì, era davvero in campo. Sì, di tanto in tanto era anche ben schierato in difesa – quei dieci minuti iniziali che così belle speranze avevan suscitato, per chiarire. La retroguardia laziale ha un problema – e serio – inutile negarlo: la retroguardia laziale è pure lui. 301 presenze e una grande assenza: quella di stasera. Grazie lo stesso, Stefan.

Marusic 5 Parte bene, fa le sue incursioni sulla fascia, poi la palla va via ma lui resta. E però Adam non cade mai, Adam e i falli laterali, Adam che i minuti passano e allora tristemente va a far numero a proteggere Strakosha dalle incursioni altrui – lui che sognava l’assist vincente. Arriverà, Marusic.

Parolo 6 Dar l’insufficienza a Parolo è come rivelar ai bambini la non esistenza di babbo natale: si rimanda sempre, col cuore pesante. Poi i bambini crescono e no, babbo Natale non esiste così come non dovrebbe esistere la sufficienza a Marcolino. Che però ci prova, recupera palloni, districa il centrocampo, tenta il 2-0, crederci sempre arrendersi mai. Si prende la fascia di capitano sul 3 a 1 perché, è opinione di più che alcuni, la Lazio è lui ed è sua. Sul finale arretra e, neanche a dirlo, gli avversari impattano contro la sua aura potentissima.




Lucas Leiva 6 Leiva è figo. Aggredisce palla, ferma l’avversario, si impone fisicamente, filtra, crea gioco e niente, il ciuffo non si spettina – come solo ai fighi accade. Le tenta lui, le scivolate, e la palla si infighisce – il centrocampista dell’altra squadra nulla può per contrastarlo (“che sfiga, io contro il figo”). L’arbitro lo ammonisce ma la mano trema: il cartellino giallo fa pendant col capello biondo. Lui sfodera la fossetta e la linea di centrocampo si piega ai suoi piedi.

Milinkovic-Savic 6 (10+, in realtà, in un universo parallelo). Sergej è l’uomo immagine della Lazio: viene ammonito e lui fa spallucce. Gli avversari tentano l’approccio e lui sgrana gli occhi. Inzaghi gli chiede più fisicità e lui storce la bocca. Poi arriva a fondo campo che ne ha trascinati via tre con una naturalezza disarmante e tutti gli altri, coreograficamente, spallucce-occhi sgranati-bocca storta. Tanto debole in difesa quanto maestosa a centrocampo, la Lazio.

Lulic. 4.5 C’era una punizione. Una manciata di minuti alla fine del primo tempo e c’era una punizione. Non una posizione pericolosa, non un lancio che fa impensierire – c’era una punizione e Luis Alberto a giochicchiare col pallone. E Lulic non c’era, c’era la punizione, c’era Luis Alberto e Lulic non c’era. C’era la punizione battuta, non c’era Lulic e non c’era la marcatura: tutti immobili, fermi, belle statuine al gol di Callejon. Poi Lulic ha continuato a non esserci – apparso solo al momento della sostituzione.




Luis Alberto 6 La trasformazione in Goku Super Sayan dura un tempo, ma son quarantacinque minuti da far ringraziare la tinta ossigenata per le giocate create. Sarà che il platino riflette la luce ed abbaglia gli avversari, ma Luis Alberto è davvero il valore aggiunto della Lazio: trova spazi minuscoli e ci si infila, fa passare prima il pallone e poi si intrufola, serve-manovra-gesticola. E ora via, a decolorare, che dal risultato di stasera dipende la ricrescita.

Immobile 5 Eppur si muove, davvero. Ci mette grinta, volontà, determinazione – sarà il dialetto carburante. Ed impegna pure Reina, in quella frazione di primo tempo in cui la Lazio sembrava potesse davvero aver la meglio sul Napoli. Non ha più occasioni, poi, per evitare l’intercalare tipicamente partenopeo.

Nani, Lukaku, Caicedo, 5 nulla possono, per quell’ingresso che è poco meno dell’attesa del miracolo di San Gennaro. Non ci si aspettava ribaltassero il risultato, realisticamente, e il risultato non è dipeso dalle loro prestazioni.




Inzaghi: sconforto. Che voto ha lo sconforto? Ha il voto di un primo piano sul suo volto incredulo. Passeggia freneticamente, nervosamente, pallido in viso. Perché no, non ci crede. Perché vede il volto di Felipe Anderson riflesso nell’autogol di Wallace – ce l’avesse messa lui, una grinta simile!
Simone Inzaghi non ha sbagliato. La Lazio parte bene, si esulta presto – forse troppo presto, tanto da non esultare bene. Se il secondo gol arriva da autorete, se il terzo gol arriva da una deviazione fortuita è determinante, Inzaghi può solo cambiare rito propiziatorio – o pentirsi del peccato di ubris. Alle divinità, in fondo, non piace che gli umani facciano meglio di quanto loro concesso.



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