di Arianna MICHETTONI

Si aspetta la lucidità di giudizio e analisi più o meno come si aspetta il lunedì delle gioie – la prossima settimana, il prossimo mese, il prossimo anno, mai.




Tutta questione di buoni propositi, dicono, di disciplina e pazienza, tutto sta, dicono ancora, nell’approccio; tutto, dicono insomma, è racchiuso nella distanza da colmare tra potere e volere (e dovere, probabilmente). Però in quel mare lì, quello che divide il dire e il fare, c’è di mezzo la sostanziale impotenza che ha una barchetta di affrontare la tempesta: che sì, forse non affonda, e tuttavia nemmeno resta a galla. Prende acqua ed è in balia dei flutti, che puoi starci una vita intera al timone e girare, girare, girare in tondo, fino a stancarti ed esaurirti, così, arrenderti ed abbandonarti agli scogli, alla deriva. Vien da immaginarselo in questo modo Inzaghi, ad ammainare vele e starsene al comando di un equipaggio che paletta-e-secchiello tira via acqua salata (mare o lacrime?) mentre il tempo, il cattivo tempo, li inonda e loro son zuppi, ne hanno le tasche piene, fin sopra la testa – di acqua, certamente, di acqua.




È questo il campionato-Titanic, già squarciato dal terribilissimo iceberg-Var – chi la ricorda, la storia della nave inaffondabile? Proprio non si poteva tirar giù quella nave, lo scrivevano i giornali e lo annunciavano entusiasti gli ingegneri-opinionisti, intenti a salutare, sul ponte, le proprie testate d’appartenenza – con i fazzolettini bianchi opportunamente sostituiti dalle bandiere di questa o quella squadra. Viaggia sicuro e taglia a metà il cielo il Titanic-campionato, è maestoso ed imponente e si lascia ammirare dai suoi tifosi, dagli sportivi, “è così bello!” dicono gli esperti. Perché non renderlo ancora più bello, allora, aumentandone la velocità, la spettacolarità, i records – fino all’orribile impatto col ghiaccio: di chi è la colpa? Dell’arbitro, no, dell’intera casta arbitrale, nemmeno, della lega, dei presidenti, della Serie A a 20 squadre, dei diritti televisivi – è tutto un grande azzuffarsi. E poi presto, bisogna liberare le scialuppe di salvataggio e stiparci le quattro squadre destinate ai primi quattro posti della classifica, aristocrazia decadente o decaduta, diritto di nascita alla salvezza – o meglio, salvarli perché utili, perché, se colate a picco con la barchetta che imbarca mare, poi è un sistema finanziario che va in crisi: di crediti e creditori, di banche e investimenti sbagliati.




Il Var affonda il campionato e mentre l’orchestrina di bordo si ostina a suonare, la fine arriva inevitabile: Lotito minaccia di ritirare la Lazio dalla massima competizione. Un gesto che, seppur solo paventato e di assoluta impossibilità di realizzazione, farebbe davvero colare a picco il campionato italiano: un’eco mediatica pari – sportivamente paragonando – al naufragio del 1912. Un SOS – un salvate le vostre coscienze, o meglio, risvegliatele – da giorni e giorni di ricerche di colpe e colpevoli, per risalire, in ultima analisi, a quando tutto ebbe inizio: la partita in cui, a sorpasso effettuato con l’inganno, si stabilì che i biancazzurri mai più avrebbero potuto controsorpassare la rivale. Perché è ovvio che, a risultato giallorosso ottenuto, i tre punti di ieri avrebbero significato quarto posto – e chi può dirlo poi, con una gara da recuperare.




E i due punti contro la Fiorentina, e il tentativo sventato contro la Sampdoria, e chissà quante volte ancora se solo si fosse potuto: si comincia con un fallo fischiato fiscalmente e si arriva ad una espulsione assurda, platealmente immotivata, ad un rigore indegnamente negato, alla resa di Inzaghi che perde la partita, sì, ma non la dignità, mai, i tre cambi li fa quasi in contemporanea e chiede al quarto uomo di non recuperare minuti nel secondo tempo – ché i minuti, dal 44esimo in poi, son stati solo un susseguirsi di meschina finzione e tre gol subiti, certo, ed uno preziosissimo – preziosissimo – realizzato da quel Luis Alberto, proprio lui, che all’intervallo parla – Luis Alberto, davvero, parla, non è un figurante, è lui e parla – e li smaschera tutti, da Giacomelli (il Jack O’ Melly di Facebook, intendiamoci) all’addizionale a chi non vuole la Lazio al vertice per un disegno immorale.




Perché no, la morale, la distinzione, la Lazio non la perderà mai, per quante sconfitte risulteranno nelle partite. La morale della Lazio sta nell’aprire, domani, le porte di Formello e chiamarli tutti a sé, quei figliol prodighi che, ritrovata la via di casa, ora son (e devono essere) più compatti che mai nel difendere, nell’opporsi strenuamente all’offensiva della classifica, dei fischietti, delle moviole strumentalizzate e degli opinionisti benpensanti – che la malafede “no, per carità, giammai!”. Insieme, uniti, noi con voi a gridare la protesta di ogni biancazzurro e l’incitamento verso la banda Inzaghi che non deve ritirarsi dal campionato, ma far da vedetta e urlare “iceberg di prua!” – e forse, questa volta, il Titanic non affonda.






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