di Arianna MICHETTONI

Che poi a “l’importante è partecipare” non ci ha mai creduto nessuno, ed è pure giusto che sia così – a cosa serva partecipare senza ambizione non è un mistero, è un paradosso. Quindi, sugli spalti, l’importante è partecipare? Lì sul divano, impugnando il telecomando che è lo scettro del potere dell’uomo medio, l’importante è partecipare (con un profilo social)? Dietro i cancelli di Formello, a sbirciare la vita biancazzurra che scorre parallela a quella del tifoso, l’importante è partecipare?




Inutile girarci intorno: la risposta è no. Si ha quasi un bisogno congenito di sentirsi di più. Migliori. Più esperti nel commentare il calciomercato, migliori nell’analisi tecnico-tattica della partita, più vicini alla squadra. Quel che manca, però, è il termine di paragone: ci si compara a chi, a cosa? Al vicino, certo – se non fosse che, a guardarlo bene in faccia, il vicino ha la stessa curva laziale sul viso.

E il problema, se mai ce ne fosse soltanto uno, è emerso proprio al termine di Zulte – Lazio: l’inutilissima gara di Europa League, ricordata esclusivamente per il ritorno in campo di Felipe Anderson e per quel gol di tacco – roba di poco conto davvero, giusto uno strilletto, gli occhi si sono appena appena strabuzzati, ma eccezionale non è, insomma, è Lucas Leiva – del numero 6 della Lazio. Al termine dell’inutilissima gara, quindi, c’erano due formazioni nettamente distinte e ben compatte – no, no, non titolari di Inzaghi e riserve di Inzaghi; i due blocchi contrapposti non avevano anzi alcuna connotazione distintiva: stesso luogo, stessi colori, stessi ricordi. Che a vederli dall’esterno è solo una gran confusione – dove mai bisognerà andare, in quale dei due schieramenti? Sembrano uguali – sembrano.




Da una parte i laziali e dall’altra parte… i laziali, davvero. Da una parte i critici di Vargic-dell’inguardabile Caicedo-del “non si possono subire tre gol dallo Zulte!”, dall’altra i critici dei critici di Vargic-dell’inguardabile Caicedo-del “non si possono subire tre gol dallo Zulte!”. Nel mezzo, poi, un gran vociare e di accusare i disamorati, i lazialunti, i lazialoni, ciao gufi, ad agosto si era detto che… – e una costante, una ferma certezza: io sono più laziale di te, io sono un tifoso migliore di te. Io, io, io. Migliore, migliore, migliore.

Ripetuto come un mantra pure mentre il Var danneggiava la Lazio – già, esemplare è stata la partita contro la Fiorentina: gli uomini di Inzaghi avrebbero vinto 1 a 0, poco da aggiungere. Unoazero, forse risultato poco dignitoso ma legittimo, tre punti (al posto di uno) e una classifica da disegnare. E invece, immancabilmente, arriva la penalizzazione arbitrale – e invece, immancabilmente, arriva il sostenitore del “io-l’avevo-detto-che”: io l’avevo detto che bisognava chiuderla la partita, io l’avevo detto che era da segnare il secondo gol, io l’avevo detto che la squadra era in calo/poco lucida/svogliata. Io l’avevo detto e io sono un tifoso migliore di te, di te che incolpi l’ingiustizia del Var.




Io l’avevo detto, invece, che la Lazio ha bisogno della gente laziale: nome collettivo, nessuno escluso. Dei biondi e dei mori, degli alti e dei bassi, dei mai-contenti e dei sempre-contenti: tutta, tutta la gente laziale. Compatti a fronteggiare il solito, becero trattamento mediatico – condannandolo all’unisono; compatti a fronteggiare il solito, becero trattamento politico – la costruzione dello stadio vale per tutto.

Poi ditelo, sì, di essere migliori: migliori degli altri, però, dei non laziali.






LASCIA UN COMMENTO

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.