di Fabio BELLI

Il 28 ottobre è una data che col passare degli anni ha assunto una consapevolezza e un culto sempre maggiori tra i tifosi laziali. Sembrano passati anni luce da quando le scritte sui muri di Roma erano la normalità, quel “10, 100, 1000 Paparelli” gridato e ostentato allo stadio in ogni derby, quando la retorica da tifo aveva raggiunto livelli inaccettabili dall’altra parte del Tevere.




Tempi in cui un tifoso avversario ucciso era quasi un trofeo da esibire nel sottobosco di chi frequentava le curve. I laziali hanno dovuto rimboccarsi le maniche per anni, per dare un taglio a questo macabro carosello. Nel 1999, quel “Paparelli te stai a perde i tempi belli“, terribile, cinico, inumano, segnò il punto di non ritorno. Da allora non fu più tollerata la bestialità come normalità, le scritte sui muri continuarono a comparire, ma l’indignazione dei laziali è sempre montata a livelli maggiori, non più disposti a tollerare neanche lontanamente l’infamia più grande, il dileggio dei morti.




Eppure, quell’11 aprile 1999 nessuno si indignò, a nessuno venne in mente da dire “Siamo tutti Vincenzo Paparelli”. Qualche direttore di giornale, che quella Curva in cui quell’abominio era stato esposto l’aveva anche frequentata assiduamente in gioventù, magari si sarà passato via mail con qualche collega la foto. Era l’epoca pre-smartphone, non sempre si stava meglio quando si stava peggio. All’umiliazione di una famiglia reagirono come sempre solo i laziali.




La vicenda-Paparelli per come è stata trattata era ed è ripugnante. I titoli dei giornali parlarono di “delitto allo stadio“, sulla mano che aveva fatto partire quel razzo nessuno si sbilanciò per molto tempo, e sicuramente a nessuno venne in mente di disegnare vignette che raffigurassero i romanisti come feroci assassini. Com’è giusto che sia, perché solo gli idioti fanno di tutta l’erba un fascio, come accaduto in questi giorni, come i laziali hanno dovuto sperimentare ancora una volta sulla loro pelle. Ancor più male ha fatto sentire negli anni parlare del “dramma umano” di quell’assassino, una volta qualcuno inserì il suo nome prima di una frase: “Onore a chi ci ha lasciato con la Roma nel cuore“. Eh no, di vittima ce n’è stata sempre una, soltanto una, nient’altro che una: Vincenzo Paparelli e la sua famiglia. Altro che “dramma dell’omicida”.




Chi scrive nel cuore ha solo un’immagine, incastonata tra la pasticceria e la pizzeria di “Franco”, altro grande laziale, nel cuore di un quartiere popolare romano: una scritta sul muro, “Tzigano ce l’ha insegnato, uccidere un laziale non è reato.” Questo è il clima in cui sono, siamo cresciuti, sarà per questo che le figurine non ci scatenano chissà quale turbamento, per quanto Gabriele Paparelli, con l’ennesima lezione di civiltà, l’abbia detto, “Non esistono morti di Serie A o di Serie B”.




Signora D’Amico, signor Gramellini, signor Condò, signor Rimedio, colleghi de Il Messaggero e di Premium Sport, cari Vauro & vignettisti riuniti, rispondete voi: uccidere un laziale non è reato? Le scritte sui muri piano piano sono scomparse, restano i segni sul cuore, ed è per questo che ad ogni linciaggio mediatico subito i laziali sono sempre più forti. Oggi, 28 ottobre 2017, come il 28 ottobre 1979: siamo tutti Vincenzo Paparelli.






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