di Fabio BELLI

La vittoria in Supercoppa rappresenta un interessante assist a bilanci e riflessioni, anche personali. Sono diventato laziale in prima elementare, scegliendo una squadra in Città che doveva scrollarsi di dosso 9 punti di penalizzazione in Serie B, mentre l’altra pochi mesi prima aveva lasciato per strada uno Scudetto contro il Lecce. Una follia spiegabile semplicemente col fatto che agli occhi di un bambino i racconti di un padre hanno molto più peso di quanto possano dire le classifiche.




30 anni dopo quella scelta “scomoda”, ho visto vincere alla mia squadra 12 trofei, agli altri esattamente la metà, 6. Con la differenza che nella bacheca della Lazio ci sono due Coppe Europee, quelle che sempre da bambini si sognava di veder alzate al cielo dalla propria squadra con il sottofondo di “We Are The Champions”. Quel sogno per me è diventato realtà per ben 2 volte, per gli altri 24 bambini di quella classe, MAI. Da bambini si sognava di vedere le due squadre cittadine scontrarsi in una finale decisiva per alzare un trofeo e vincerla: quel sogno per me è diventato realtà, per gli altri 24 bambini di quella classe, MAI.




Questa è la differenza: anni e anni di bombardamento mediatico hanno portato gli “altri” ad essere visti come vincenti, irraggiungibili, una sorta di Barcellona in pectore. Solo il laziale ha sempre avuto il coraggio di dire “Il Re è Nudo” e far capire come quella squadra idolatrata da tutti sia stata capace del “nulla” per la stragrandissima maggioranza del tempo.




Peccato che alcuni fratelli laziali vivano nel terrore indotto di un imminente trionfo totale di una squadra che è riuscita a fare solo la metà, ad essere generosi, nello stesso periodo di tempo. Dire che mentre gli altri chiacchieravano, noi abbiamo vinto, è una più che fedele fotografia dell’epoca che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo.






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