di Fabio BELLI
Un doppio pallonetto per domare la potentissima Juventus degli Anni 70, una botta secca al volo col pallone che prende una traiettoria che sfida le leggi della fisica, roba da Premio Nobel più che da pallone d’oro. Ma se la prima prodezza aveva bucato Dino Zoff, la seconda fu compiuta sul quasi sterrato campo del “Cibali” di Catania, in Serie B. L’elastico che unisce due colpi di genio calcistico apparentemente scollati fra loro è quello che lega le follie di una carriera, quella di Bruno Giordano, che ha segnato uno dei momenti più romantici, folli e sofferti della storia della Lazio.

Il bomber di Trastevere ha raccolto successivamente in minima parte a Napoli quello che nella Lazio resta un fiore non colto, una sinfonia incompiuta. Il libro di Giancarlo Governi, “Bruno Giordano, una vita sulle montagne russe” che sarà presentato oggi, giovedì 5 ottobre alle 18, alla Feltrinelli di Galleria Colonna a Roma (modererà l’incontro il giornalista Mauro Mazza e interverrà Enrico Montesano) rappresenta non solo il sipario alzato su un’autobiografia di classe, ma anche una finestra aperta su un pezzo di storia di Lazio che ancora pulsa passione, sangue e dolore come un cuore durante un’operazione a cielo aperto.

Questo il racconto di Giancarlo Governi a Gazzetta.it, che spiega la genesi del libro.
La telefonata di Bruno mi arriva inaspettata. Ci siamo incontrati qualche volta, abbiamo simpatizzato e ci siamo scambiati i numeri di telefono, che abbiamo usato soltanto per gli auguri di Natale.
Bruno mi dice che da anni resiste alle richieste di scrittori e giornalisti che vorrebbero scrivere la sua biografia. “Non posso rifiutarmi all’infinito” dice e poi aggiunge: “Ieri stavamo guardando un tuo programma in televisione e mia moglie mi ha detto: ecco con chi devi scrivere la tua biografia”.
La cosa mi lusinga e un po’ mi sorprende perché mai avrei pensato di scrivere la biografia di un calciatore. Ho scritto di grandi personaggi dello spettacolo come Anna Magnani, Alberto Sordi, Totò. Ho scritto anche di Bartali e di Coppi ma mi sono avvicinato a loro perché mi davano la possibilità di raccontare momenti fondamentali della storia d’Italia. Ma un calciatore no, non ci avevo mai pensato.
Di Bruno conosco tante cose, non solo le sue imprese sportive (sono laziale di lungo corso e ammiratore del popolo napoletano), so anche che ha avuto una vita privata movimentata, quasi romanzesca, che farebbe gola a ogni biografo.
Inizio i miei lunghi incontri con Bruno che mi racconta tutto e io scopro che le nostre vite diametralmente opposte affondano le radici in un humus comune. Siamo nati e cresciuti a Trastevere in epoche diverse ma quando il quartiere più famoso di Roma aveva conservato tutte le sue caratteristiche e soprattutto la sua umanità. Trastevere subirà la sua profonda trasformazione negli anni Novanta, quando io l’ho lasciato da tanti anni e Bruno ha smesso di essere un calciatore. Siamo andati nella stessa scuola elementare, abbiamo giocato in mezzo alla strada e poi siamo passati all’oratorio della parrocchia. Poi le nostre vite hanno preso strade diverse ma ci siamo formati negli stessi territori, abbiamo respirato la stessa aria, abbiamo frequentato gli stessi luoghi, abbiamo conosciuto le stesse icone: il Gianicolo con i luoghi garibaldini, piazza Trilussa e piazza Giuseppe Gioacchino Belli, con i monumenti ai poeti, abbiamo fatto il bagno nel Fontanone e dal Ciriola a Ponte Sant’Angelo. Lui giocava a Piazza Santa Maria di fronte alla Basilica che conserva i mosaici del Cavallini e io a Via Orti D’Albert alle pendici del Gianicolo dove si respira l’aria del carcere di Regina Coeli.
Bruno mi ha raccontato la sua storia, con i suoi trionfi, le sue gioie ma anche le tragedie e le umiliazioni. Questo altalenarsi di fatti e di momenti positivi con i momenti negativi, di salite gloriose e di disarmanti discese hanno suggerito il titolo del libro. E Bruno questa sua vita “sulle montagne russe” me l’ha trasmessa così bene che ho deciso di raccontarla in questo libro in prima persona prestandogli la mia capacità narrativa insieme alla mia cultura e alla mia sensibilità.
Flaubert disse “Madame Bovary c’est moi”, posso dire che Bruno Giordano sono stato io, il tempo della stesura di questo libro.

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