La Lazio negli anni Sessanta era finita in un cul de sac da cui, talvolta, riusciva a riemergere faticosamente per poi sprofondare di nuovo nel nulla. Il motivo era la mancanza di una struttura finanziaria e societaria solida e soprattutto di soci finanziatori con disponibilità illimitata, per cui periodicamente finiva nelle mani di persone affidabili e perbene ma che non disponevano di denaro da investire (e spesso da perdere) o addirittura nelle mani di filibustieri in cerca di gloria e di avventure a buon mercato, in un settore che già in quegli anni dava grande visibilità. Arrivò Umberto Lenzini in veste di salvatore della patria laziale. A quell’epoca questi signori che tentavano l’avventura nel calcio, dilapidando spesso cospicui patrimoni (abbiamo avuto dei fulgidi esempi anche a Roma, sull’altra sponda calcistica) venivano chiamati «ricchi scemi». Ma Lenzini non era nemmeno tanto ricco e non era affatto scemo.

Negli affari, il Sor Umberto era astuto come una volpe ma nella Lazio la sua arma migliore era il buon senso del buon padre di famiglia. Fece pulizia di tutta la zavorra che gravitava intorno al club debellando il partito dei cosiddetti «lorenziani», i nostalgici dell’allenatore argentino Juan Carlos Lorenzo che ci aveva riportato in serie B pur avendo a disposizione una squadra fortissima, con giocatori come Giorgio Chinaglia e Pino Wilson che formeranno il «wonderteam» del primo scudetto (1973-74). Dopo la retrocessione, il Sor Umberto preso un tecnico emergente, già vincitore di due «Seminatori d’oro», il massimo premio che viene assegnato ad un tecnico di calcio. Si trattava di Tommaso Maestrelli, un grande che aveva lasciato il segno dovunque era passato, anche e soprattutto dal punto di vista umano.

Lenzini sarà il primo presidente che farà grande la Lazio e il suo merito maggiore fu quello di capire che Maestrelli lo avrebbe portato lontano con una squadra che fu formata in un paio di anni senza vendere gli elementi più richiesti, come Chinaglia e Wilson per il quale la Juventus e l’Inter avrebbero fatto follie, ma andando a scovare giovani promettenti e vecchi campioni ritenuti alla fine, come Frustalupi. Ogni favola bella ha una fine, spesso dolorosa. E di dolori il Sor Umberto dalla Lazio ne ha avuti tanti, quasi a cancellare le gioie. Ha visto morire il suo Tommaso Maestrelli, divorato da un cancro, ha visto il suo «angelo biondo», Re Cecconi, cadere sotto i colpi di un gioielliere che credeva di difendersi da un rapinatore, ha visto un tifoso laziale, un padre di famiglia, Vincenzo Paparelli, ucciso durante un derby. E poi al dolore si aggiunse la vergogna del calcio scommesse, con le immagini indelebili di quattro giocatori laziali ammanettati e portati in prigione.

Si dimise immediatamente e disse: «Mi sono dimesso ma non con il cuore». Perché il suo cuore sarà sempre con la Lazio. L’ultima volta che lo vidi fu all’uscita dello stadio, alla fermata dell’autobus, durante la gestione di Chinaglia, che gli aveva mandato un biglietto omaggio. Accettò il mio passaggio. Era raggiante perché la Lazio aveva vinto e perché, mi confidò, Chinaglia gli aveva promesso la presidenza onoraria. Ma la promessa non fu mai mantenuta e il Sor Umberto finì i giorni che gli restarono da vivere nell’anonimato. Ingrata patria! Sono passati 30 anni dalla sua morte (22 febbraio ‘87) ed è ora che i laziali, ma anche tutti i romani, chiedano per lui l’intitolazione di una via.

(fonte: Governi/CorSera)

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