di Marta MICHELI (Centro Studi Nove Gennaio Millenovecento)

Le testimonianze di Emilia Corelli hanno costituito la base delle indagini per ricostruire la vita di Alberto Mesones. Perché, da quegli scritti e da quegli appunti, è emersa la straordinaria passione di Alberto per l’Africa, il Continente Nero. Le battute di caccia, le spedizioni nelle savane o nelle foreste. La cura nella scelta delle armi e degli sherpa, risorse fondamentali in ogni spostamento lungo e faticoso.




Bene, secondo i racconti di Emilia Corelli, Alberto tornò definitivamente in Sudafrica nel 1929 per intraprendere l’attività di cacciatore. Finisce dunque l’epoca di Mesones che accompagna ricchi notabili nelle battute di caccia. Alberto fiuta evidentemente gli affari e la possibilità di ottimi guadagni vendendo le pelli degli animali uccisi. Niente più viaggi a sostegno delle spedizioni altrui. Mesones – alla soglia dei cinquant’anni – imbraccia i fucili e va a caccia di animali in Sudafrica.




Passano gli anni, le notizie si diradano. Mentre altri storici datano la morte di Mesones verso la fine degli Anni Cinquanta, presumendo che sia sepolto nella tomba di famiglia all’interno del Cimitero del Verano, a Roma, un conoscente di Corrado Corelli, tornato dall’Africa centrale nel 1960, riferisce che Alberto sarebbe invece morto qualche anno prima.




D’altronde la data della morte di Alberto – al pari di quella di Giacomo Bigiarelli, il fratello di Luigi – ha turbato le notti di tutti coloro che, con passione straordinaria, cercano di riannodare le fila della storia della Lazio. Perché è di notte, mentre i rumori attorno si acquietano, che gli storici, con ricostruzioni o nuove ipotesi, traggono linfa e sostanza per i loro affascinanti resoconti.




Bene, una ricerca condotta dal Centro Studi Nove Gennaio Millenovecento in collaborazione con Angelo Franzè, ha condotto al rinvenimento di un documento che attesta inequivocabilmente come Alberto Mesones fosse stato ancora vivo il 29 ottobre 1969.
Alberto, infatti, come il documento che alleghiamo dimostra, sottoscrive la dichiarazione di morte della moglie Elsie (Elsa), deceduta il 25 ottobre 1969, nata in Ungheria nell’aprile del 1901 e naturalizzata americana nel 1926.




Alberto ed Elsie risiedevano a Pretoria, abitando al n.176 di Blood Street. Elsie era stata la moglie del fratello di Alberto, Leon, scomparso invece il 7 settembre 1964 a Los Angeles.
Dunque, nel 1969, Alberto Mesones era vivo, accompagnando al cimitero la salma della moglie Elsa. Alberto aveva 87 anni mentre la moglie, ex-cognata, era morta a 68 anni. Ed è questo un riscontro ufficiale che sconfessa precedenti ricostruzioni: figurarsi, nessun problema, è abitudine di chi ama la storia e le ricerche quella di rincorrersi, fornendo contributi per la soluzione di veri e propri enigmi. Mesones morto in Africa alla fine degli Anni Cinquanta?




No, il nostro deve aver avuto sette vite, godendo di salute buona e duratura. Già, perché ulteriori ricerche ed approfondimenti – purtroppo non ancora suffragate da documentazioni ufficiali – portano a ritenere che Alberto Mesones sia morto, addirittura ultracentenario, nell’ottobre del 1982.
Mentre la creatura che aveva fondato su una panchina di Piazza della Libertà, il 9 gennaio del 1900, stava per intraprendere quel percorso che l’avrebbe condotta a diventare la società sportiva più variegata e molteplice, per numero di discipline, d’Europa e forse del mondo.




(foto © Centro Studi Nove Gennaio Millenovecento)

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