di Marta MICHELI (Centro Studi Nove Gennaio Millenovecento)

Battute di caccia. Il silenzio dei fiumi e dei laghi del Sudafrica a fare da sfondo al sibilo dei colpi di fucili. Fu misteriosa ed affascinante la vita di Alberto Mesones, uno dei nove fondatori della Lazio.




Ricordate l’atto di nascita pubblicata qualche anno fa dal Centro Studi Nove Gennaio Millenovecento? Attestava che Emanuele Alberto Maria Annibale Mesones era nato a Roma il 5 febbraio 1882 in via Monserrato n. 29, figlio di Emanuele Maria Mesones (avvocato e console del Perù) e Maria Luigia Iacobini.
Secondo il racconto di Emilia Corelli, Mesones aveva lasciato l’Italia nel 1913 – dunque a poco più di trent’anni – per intraprendere viaggi che l’avrebbero condotto, al temine di navigazioni estenuanti, in terre lontanissime. Alberto – ha raccontato Emilia – aveva inviato a Corrado Corelli, uno degli interpreti più leggendari della prima Lazio del secolo, la velocissima ala che Sante Ancherani scelse per completare la squadra che suggellò la straordinaria impresa delle tre vittorie in un giorno (Pisa, 1908), una serie di lettere dal Sudafrica, dall’Argentina e dalla Patagonia.




Era attratto dai confini del mondo, Alberto, in coerenza con lo spirito libero del papà, plenipotenziario del Perù. Laggiù, all’estremità del continente africano, Alberto Mesones, dunque, si stabilì mentre, dall’altra parte del mondo, in Europa, i fanti si appiattivano sul terreno, protagonisti di una guerra infame e durissima.
I resoconti in possesso di Emilia Corelli – preziosissima nelle prime fasi delle ricerche sulla vita di Mesones – identificano Alberto come il primo italiano a vivere stabilmente, in qualità di “hunter” (ovvero cacciatore) professionista, nell’area prossima al Capo di Buona Speranza.
Addirittura, in una lettera del 1917 fatta recapitare alla Corelli, Mesones racconta di essere nella terra dei Bechuana, l’attuale Botswana.
Da un articolo del “New York Times”, poi, datato 2 febbraio 1920 – che racconta la dinamica cruenta di un omicidio commesso dal fratello Ignazio – sappiamo che, in quei giorni, quasi quarantenne, Alberto risiedeva nel Transvaal, una delle province del Sudafrica.




Lì, in territori lontani e sconfinati, Mesones continuò a vivere. È un altro riscontro a testimoniarlo: nel 1922, infatti, vi è – proprio in Sudafrica – traccia di una causa tra Alberto è un tale, Massimo Pintucci. Un anno prima, come è noto, la Lazio – che Mesones aveva contributo a fondare – era stata eretta un Ente Morale mentre Fortunato Ballerini aveva iniziato a raccogliere i semi del consolidamento degli ideali del Sodalizio, sempre più ricco di tesserati.
Sono gli anni in cui Mesones abbandona il Sudafrica, spinto evidentemente dalla curiosità di sbarcare nuovamente nel Vecchio Continente, uscito dalla prima guerra mondiale e scosso da nuovi fermenti. Da alcuni documenti ritrovati dal Centro Studi, sappiamo che Alberto era giunto a Londra nell’agosto del 1923 a bordo della la nave Balranald, appartenente alla flotta della compagnia P. & O. Steam Navigation Co., proveniente da Città del Capo.




Negli uffici della dogana si dichiara negoziante e prende alloggio allo Swiss Hotel (53, Old Compton Street, Soho). Nei suoi intenti non c’è l’idea di fermarsi per poco tempo. Londra brulica di idee, mercati, situazioni. Una manna per uno che proviene dall’altro capo del mondo, dotato di buona tradizione familiare, estremamente curioso e con il fiuto degli affari.
No, quella a Londra non sarà una vacanza. Un intermezzo. Una pausa all’interno di una vita costantemente presa di petto. Alberto Mesones ripartirà per Città del Capo quasi un anno dopo. Puntuali ricerche lo individuano infatti il 19 giugno del 1924 sul ponte della nave Bendigo, di proprietà della compagnia P. & O. Australia.
È trascorso quasi un anno, dunque, dal suo approdo in Gran Bretagna. E a Londra Alberto transiterà ancora, quattro anni più tardi. In una lettera del giugno del 1928, infatti, sempre inviata all’amico Corrado Corelli, conosciuto ai primi del Novecento ai tempi della Virtus, Alberto annuncia addirittura il suo ritorno a Roma da Città del Capo, via Londra.




Dunque, uno dei nove fondatori, il ragazzo che, ai primi del Novecento, aveva amato nuotare nel Tevere al pari di tanti altri coetanei di quella Roma sparita e che poi, fattosi uomo, si era dedicato alle spedizioni di caccia, accompagnando in Africa o in terre lontanissime, avvocati e ricchi commercianti, stava per tornare nella sua città. Per quanto tempo ci sarebbe rimasto?
Soprattutto, l’amore per l’Africa e per i suoi tramonti l’avrebbe ancora invaghito?
(fine prima puntata)




(foto © Centro Studi Nove Gennaio Millenovecento)

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