di Fabio BELLI

I più grandi eventi mediatici nascono, com’è ovvio che sia, in dovere ed in virtù dei più grandi sistemi mediatici: il festival di Sanremo non fa certo eccezione.




Concepito per la radio prima e poi esportato – stessa formula, diversa impostazione – nella scatola di suoni e immagini, non è tanto il genere ad essere suscettibile di analisi, quanto il periodo storico o – ancora meglio – la funzione sociale che esso assolve. E soprattutto il controllo inconscio che fa esercitare: in ossequio al principio reithiano (da John Reith) sul fondamento della comunicazione – informare, educare ed intrattenere – come malleabile scultura dell’individualità altrui, e quale mission del servizio pubblico. Già la Rai assolve compiutamente a tale richiesta, ma lo spettatore sempre meno sprovveduto ha il coltello dalla parte del manico: è la migliore arma nella guerra del palinsesto, dove, nascosta da paillettes e lucine scintillanti, c’è un addormentarsi di massa della capacità critica.




Scopo principale dei mezzi di comunicazione è, appunto, veicolare un messaggio – tanto che si è arrivati ad affermare che è il medium stesso ad essere il messaggio: lungi da un’accezione apocalittica del contesto spettacolare, in cui, nolente o volente, siamo inseriti, mai però bisogna tacere l’ultima e la più importante delle domande: a cosa servono i contenuti prodotti negli spazi sociali?

Già che abbiano un fine specifico, preciso anche nella sua vaghezza, dovrebbe insospettire. Ma quante facce sorridenti, ammiccanti dal piccolo schermo, con quel bagaglio rasserenante e quel mantra dell'”andrà tutto bene” (d’altronde il problema non è mai la caduta, ma l’atterraggio – cit.) ripetuto fino ad ipnotizzare sono, effettivamente, sospetti?




Ad una visione ed ascolto passivo loro solleticano solo le corde dell’entusiasmo, del coinvolgimento, della risata alla battuta di spirito che nasconde frecciate al vetriolo. Ma, come scritto in precedenza, informare-educare-intrattenere: una sorta di trinità profana; e quel coltello che lo spettatore deve usare per squarciare il velo di Maya schopenhaueriano delle apparenze, per un attentato visuale alla pillola poco dorata e che ci viene ficcata in gola – senza nemmeno un bicchier d’acqua per buttarla giù. Al di là di tutte le applicazioni teoriche, è chiaro qui il riferimento alle implicazioni, alle motivazioni della presenza tottiana al festival – con una dovuta premessa: pare che i problemi di Roma (e non della roma, dovuta e chiarissima distinzione) si siano minimizzati e condensati nella questione stadio, con il capitano a fare da ambasciatore degli interessi esulanti la sua squadra e la sua tifoseria.




Perché quando Francesco Totti presta la propria persona all’evento mediatico italiano per eccellenza, a fronte di un pubblico composto da milioni di teste omologate, non manda in onda solo gli occhi azzurri increspati da una carriera castrata: la sua è una prostituzione intellettuale per dirla alla mourinho, una mercificazione dell’ironia forzata dal copione, la vendita del personaggio e non della personalità.

Già aberrante, tale avvilente situazione è peggiorata dalla necessità, come fosse un’autentica ossessione, di ricordare, cambiando addirittura la scaletta, la sudditanza psicologica alla prima squadra della Capitale – in uno sfogo univoco, giacché del pubblico che stancamente il Festival trascina solo una minima parte è addentrata alle logiche calcistiche romane. Più facile, insomma, che l’immagine del piccione gli sia stata associata per la vaghezza e la vacuità dello sguardo: del volatile e di Totti, quando perso nel nulla cosmico dell’esistenza in un nichilismo alla Heidegger al quale è impossibile sfuggire.




Ciò che resterà di tanta indignazione, se non una polemica giustificata più per un’esplosione a tanta pressione mediatica che per reale sdegno ad un’offesa nulla, è lo scacco matto alle reali intenzioni di un apparato corrotto: venduto alla sponsorizzazione e alla pubblicità, all’attitudine caricaturale di un uomo che sguazza nelle difficoltà linguistiche come un prestigiatore nei suoi trucchi – e che, come un mago, nasconde le moviole mostranti, sul campo, i calci e gli sputi agli avversari (certamente dovuti a foga agonistica).




Francesco Totti è lo spettro che perseguita – ed ossessiona – l’italiota e il romatriste medio: una satira scadente dell’ignoranza – sì, perché ignora le frustrazioni della realtà: dal caso Parnasi (che negli ultimi tempi ha dovuto pensare soprattutto ai debiti, consegnando gran parte dei suoi beni al primo creditore, Unicredit, per rientrare della spaventosa esposizione che oscilla tra i 450 ed i 700 milioni di euro secondo quanto riportato dai principali quotidiani nazionali) al viagra (bianco)blu come ormai unico eccitante di una tifoseria esasperata fino alla pazzia dal non aver mai vinto nulla. Fumo negli occhi e zollette di zucchero: il “piccione” il festival di Sanremo lo ha poi vinto; per Francesco Totti è decisamente più pertinente un testo sui rigori, come quella canzone che fa:

e chissà quanti ne hai visti

e quanti ne vedrai

di giocatori tristi

che non hanno vinto mai,

ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro

e adesso ridono dentro a un bar;

e sono innamorati da dieci anni

con una donna che non hanno amato mai

Chissà quanti ne abbiamo veduti, chissà quanti ne vedremo.




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