di Fabio BELLI

Nel mondo del calcio, le maglie possono essere considerate l’oggetto di culto per eccellenza. Ce ne sono certe però che restano più di altre nell’immaginario collettivo, diventando patrimonio della storia di un club prima, e poi veri e propri cimeli per i collezionisti del football poi.




Nel 1982 le divise di gioco, immutabili segni distintivi di ogni società, stavano attraversando un momento di profonda trasformazione a causa di due concetti emergenti: sponsor e merchandising. Il primo, inteso come marchio aziendale, da un paio d’anni aveva iniziato a fare capolino sulle maglie dei campioni della Serie A, rompendo un tabù quasi centenario. Il secondo, iniziava a farsi largo come possibile fonte d’introiti alternativa per i club, che cominciavano a ricevere input, soprattutto dai paesi anglosassoni, riguardo alle immense potenzialità del mercato.




Per la Lazio quelli erano anni bui, ma con la squadra in Serie B nella stagione 1981/82, sulle maglie biancazzurre apparve per la prima volta il marchio di un’azienda alimentare perlopiù specializzata in grissini, la Tonini, mentre da due anni le mute erano realizzata dal colosso tedesco dell’abbigliamento sportivo, l’Adidas. Dopo due anni di permanenza in purgatorio però, per la stagione 1982/83 la Lazio puntava ad un rinnovamento che comportasse, oltre al paventato ritorno nella massima serie, anche un restyling d’immagine piuttosto profondo. L’allora presidente Gian Chiaron Casoni prese allora contatti verso Pescara con Nicola Raccuglia, fondatore del marchio NR, che negli anni ’80 arrivò a vestire molti dei principali club del panorama nazionale. Baluardo del made in Italy, NR era per Casoni una scelta di garanzia per coniugare qualità e tradizione, e soddisfare anche il nuovo main sponsor, l’importante azienda d’elettronica Séleco.




Alla presentazione però, in molti non potevano credere ai loro occhi: la maglia era stata completamente ridisegnata, dalla canonica divisa biancazzurra, che al massimo aveva avuto varianti tra bordini, colletto e tonalità del colore, si era passati ad un disegno del tutto futuristico, impensabile anche per un concorso tra giovani artisti. La maglia era diventata per la metà inferiore azzurra, e per quella superiore bianca, e soprattutto era sovrastata ad altezza petto da un’aquila stilizzata che, fino all’avvento della presidenza Calleri, sarebbe diventata anche il nuovo marchio ufficiale del club. Un disegno che, passando per le maniche, abbracciava il calciatore fino alle spalle, per chiudersi attorno al numero. Rivoluzionarie anche le divise di riserva: rossa con aquila azzurra la seconda, verde con aquila bianca la terza.




I tifosi erano in parte sgomenti, soprattutto non si capiva da chi o cosa i creativi NR potessero aver avuto l’idea. Un mistero che resta ancora attuale, addirittura non si conosce chi abbia materialmente disegnato la maglia (anche se la nuova aquila stilizzata sembra sia stata un’idea dello stesso Casoni). Resta il fatto che quelle maglie avevano un qualcosa di magico, tanto che cromaticamente si intonavano con ogni tipo di altro colore. Per la prima e unica volta nella storia, la Lazio disputò tutte le partite di Coppa Italia e di campionato con quella che viene chiamata la “maglia bandiera“, fatta eccezione per la trasferta di Como, dove viene usata quella verde. Quella rossa, caso unico per una seconda maglia, rimase nel cassetto tutta la stagione, fatta eccezione per un’amichevole contro la Nazionale Under 21. Nessuna società aveva mai osato tanto, in un momento in cui al massimo i club italiani ridisegnarono i loro stemmi per compiacere gli sponsor, ma nel giro di un pugno di partite i tifosi si innamorarono della maglia bandiera, ed iniziarono a richiederla nei negozi.




Questa fu la grande novità, alla quale neppure i rivali cittadini della Roma, pur prossimi in quella stagione al titolo, avevano ancora pensato. Le maglie bandiera, vista l’altissima richiesta, finirono in negozi specializzati della Capitale come Cisalfa e Tuttosport, e andarono a ruba, con i numeri prestampati dei giocatori all’epoca più popolari: l’otto di Manfredonia, il nove di Giordano, il dieci di D’Amico. Un successo che fu poi bagnato dalla promozione in Serie A della squadra, ma che l’avvento della presidenza Chinaglia mise da parte, preferendo il ritorno alle canoniche maglie, pur con l’apprezzatissima aquila stilizzata usata ormai come nuovo scudetto.




Chiusa quella parentesi, la maglia bandiera tornò in un’altra stagione storica per la Lazio, quella del -9, e fu indissolubilmente legata al gol di Giuliano Fiorini contro il Vicenza, che evitò l’incubo della Serie C ai biancazzurri. Fu ripescata da Gianmarco Calleri che, chiamato ad organizzare in fretta e furia la stagione dopo l’avventuroso salvataggio del club, si accordò con chi deteneva i diritti di quella maglia, la famiglia Casoni, che tramite il negozio Tuttosport, che in quell’anno fu anche sponsor tecnico, realizzò una versione aggiornata della maglia bandiera, in tessuto acetato e con numeri disegnati diversamente.




Quella divisa inventata dal nulla è stata votata su molti forum biancazzurri su internet come maglietta più bella dell’ultracentenaria storia del sodalizio laziale, e viene considerata da collezionisti ed appassionati come una delle più affascinanti dell’intera storia del calcio, come ribadito recentemente anche da un’inchiesta del Guerin Sportivo.




Ed è stata riproposta dalla Macron nella stagione 2014/15, per un periodo forse troppo breve rispetto a quanto i tifosi avrebbero voluto. In molti ne chiedono l’utilizzo in pianta stabile, magari come terza maglia “fissa”: di certo la storia della maglia bandiera non è finita qui, come si è visto anche con le varianti (nera con aquila in “negativo” e nera con aquila azzurra) utilizzate nella passata stagione.




Ecco la fotogallery di tutte le maglie bandiera utilizzate nella storia della Lazio:




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