di Fabio BELLI

Un nome che non ha bisogno di presentazioni, tra i principi del giornalismo sportivo italiano, direttore per anni del Corriere dello Sport-Stadio, opinionista a Sky e ora sulle reti Rai. Mario Sconcerti non è mai banale nelle sue valutazioni, forte di anni di esperienza e di un modo da ragionare da “toscanaccio” senza peli sulla lingua: l’ospite ideale in esclusiva per Laziostory per parlare di un derby che ha fatto parlare forse più fuori che dentro il campo, senza dimenticare però tutti gli altri argomenti che stanno animando il mondo-Lazio.




Partiamo da una valutazione tattica sul derby, ma anche sulle vicende di contorno alla stracittadina, che non sono state propriamente edificanti…No, non sono state molto edificanti anche se sono cose che possono succedere: credo che la cosa peggiore siano state alla fine le dichiarazioni di Lulic, soprattutto perché sono arrivate quando si era già fuori dalla gara. In gara alcune cose e alcuni eccessi possono accadere, quando si è in giacca e cravatta bisognerebbe privilegiare la riflessione alle sciocchezze che ha detto Lulic, almeno questo è il mio pensiero. Da un punto di vista tattico la Lazio era partita meglio, con un’occasione importante per Immobile che è stata però l’unica della partita per i biancazzurri. Secondo me a decidere la partita è stato il movimento di Nainggolan, perché la Roma a centrocampo è sempre stata un po’ lenta ma questo grande movimento del belga ha spiazzato la Lazio e permesso alla Roma di trovare profondità in attacco. Detto tutto questo, va sottolineato come non si possa perdere un derby subendo un gol da dilettanti, questa è veramente una cosa non da Serie A. Molti discorsi tecnici e tattici vanno fatti in un secondo momento, la partita viene influenzata da un errore individuale di Wallace troppo grande. E’ un errore che non si può vedere in una partita importante come un derby.




In termini generali che impressione le sta facendo la Lazio, anche rispetto a quelle che erano le aspettative di inizio stagione?L’ho detto diverse volte, la Lazio a me piace perché ha un gioco semplice e può contare su delle grosse individualità. Domenica si è confermata l’importanza delle due ali: con una prestazione pallida di Keita e Felipe Anderson la Lazio ha perso tre quarti del suo potenziale offensivo e della possibilità di apportare fantasia al gioco. Quando Keita e Anderson sono in giornata e saltano l’uomo creano superiorità offensiva, con due giocatori così non servono nemmeno trame di gioco eccessivamente articolate. Keita è rimasto decisamente in ombra, Anderson è stato discontinuo anche se ha lavorato, ma il suo apporto in una partita del genere serviva soprattutto negli ultimi quaranta metri di campo.




Essendo la Lazio una squadra molto giovane, questi cali di personalità evidenziati da elementi come Keita e Felipe Anderson possono essere il vero tallone d’Achille della squadra?Sì ma i cali di personalità li hanno tutti, a partire dall’Inter che non è una squadra propriamente giovanissima, eppure non è che ha cali di personalità, al momento non riesce proprio a trovarla, una personalità. Anche Spalletti ha spesso ripreso i suoi riguardo questo aspetto, parlando di squadra “malata” in un’occasione. A volte questi cosiddetti cali di personalità sono indotti dagli avversari che si affrontano: non essendoci una superiorità tecnica netta fra le otto squadre di vertice in Serie A, bisogna pensare che le squadre spesso finiscano per annullarsi un po’ a vicenda. L’errore che noi commettiamo spesso nel calcio è quello di pensare sempre alla nostra squadra: in realtà ci sono anche gli avversari che hanno una loro forza e una loro personalità che agisce a volte più, a volte meno sull’economia della partita. Domenica Keita e Felipe Anderson hanno trovato avversari di livello: se si fossero trovati davanti Bruno Peres terzino, come spesso viene schierato dalla Roma, magari avrebbero goduto di altra libertà e giocato un altro tipo di partita. Non è sempre questione di personalità, bisogna considerare anche gli aspetti tecnici.




Lei in estate era stato uno dei pochi a sospendere il giudizio sul caso-Bielsa, senza condannare a priori l’operato della Lazio e lasciando una porta aperta ad Inzaghi…In maniera molto semplice, sottolineavo che non sapevamo nulla di cosa fosse accaduto realmente. Uno dei problemi maggiori del giornalismo sportivo in generale è quello di parlare sempre più spesso attraverso opinioni e non attraverso notizie. In quel caso la notizia era che la Lazio aveva trattato Bielsa andandoci a parlare in Argentina: si era raggiunto un accordo che poi Bielsa ha rifiutato accampando varie scuse e facendo un danno serio alla Lazio. Io ho chiesto se qualcuno avesse visto dei documenti o fosse andato in Argentina a vedere come si fossero svolti realmente i fatti: noi giornalisti non sapevamo niente eppure pontificavamo in continuazione da qualunque radio e questo mi sembrava profondamente poco serio, perché la prima dote di un giornalista deve essere la capacità di essere presente nel posto dove avvengono i fatti. Noi scambiamo discussioni e creiamo realtà sulle nostre opinioni, ma ci siamo dimenticati le notizie. Se qualcuno è in grado oggi di ricostruire documentalmente i perché e le colpe della Lazio in quel tipo di situazione, si faccia avanti. C’è stata sicuramente una volgarità di Bielsa, perché non si tronca comunque così una trattativa dove tu sei stato cercato e alla quale hai dato riscontro. Se non si è d’accordo si dice “no grazie”, ma in questo caso la valutazione della vicenda mi è sembrata una strumentalizzazione forte da parte di una categoria immatura.




La realtà del campionato di Serie A si sta rivelando più equilibrata del previsto: la Lazio può ancora dire la sua per un piazzamento tra il terzo e il quarto posto in classifica?Direi proprio di sì, il campionato in questo momento è equilibrato in alto ma è molto squilibrato dalla nona-decima posizione in giù. Abbiamo quattro squadre che praticamente danno punti a tutti, che viaggiano ad una media inferiore al mezzo punto a partita e alcuni di quei punti sono arrivati negli scontri diretti. In alto si sta andando abbastanza forte e vedo un torneo equilibrato anche per le primissime posizioni perché si sta perdendo molto, nessuno ha perso meno di tre partite, Juventus compresa. E’ più facile anche vincere per cui il punteggio sale in modo evidente e le quote per l’Europa saranno più alte. Anche in questo ambito sono stati commessi errori giornalistici di valutazioni: diamo ancora per scontata l’egemonia della Juventus, ma ci sono due squadre a quattro punti dal primo primo posto, pochissimi a ventitré partite dalla fine del campionato. Questa distanza non riflette di certo il dominio juventino che si era ipotizzato, la superiorità bianconera c’è, ma quando una squadra perde tre partite su quindici, senza riuscire quindi a stare per cinque partite senza perdere, credo sia necessario andare piano con qualunque tipo di pronostico.




Un’ultima considerazione su una vicenda che anima da mesi l’ambiente laziale, la rivendicazione dello Scudetto 1915: che idea si è fatto sulla vicenda?La lontananza nel tempo e la flessibilità delle vicende del calcio non danno mai delle buone garanzie da un punto di vista giuridico. Le faccio un esempio pratico: Piola ha segnato molti più gol di quelli ufficiali, sedici per la precisione, ma li ha realizzati in un torneo non a girone unico che ebbe però una fase finale unificata. Giocava nella Juventus e quel campionato, conclusosi nel 1946, fu vinto dal Grande Torino. Piola non ha fatto 274 gol ma 290: circa tre anni fa ho inviato una missiva ufficiale alla Federazione per chiedere di esprimersi sulla questione in maniera ufficiale. La Federazione dopo qualche mese mi rispose dicendo che avevo ragione, perché assegnando ufficialmente quello Scudetto bisogna assegnare anche i gol. Anzi per la precisione la richiesta fu accolta a metà dalla FIGC, perché mi scrissero che avrebbero appunto aggiunto i sedici gol realizzati da Piola nel girone unico a sedici squadre di quel torneo, tralasciando invece la fase a due gironi. Nonostante questa decisione ufficiale di assegnare a Piola i suoi 290 gol, molti almanacchi continuano a riportarne 274. Quando portai avanti quell’iniziativa, visto che Piola è un laziale per i tanti anni passati in biancazzurro, mi ritrovai a ricevere tanti messaggi da parte dei tifosi romanisti che dissero che agivo per danneggiare potenzialmente Totti, che poteva raggiungere Piola tra i marcatori assoluti della Serie A. Spesso il campanilismo prende il sopravvento sulle questioni di giustizia. In definitiva secondo me l’iniziativa è giusta e corretta e quando c’è una possibilità è sempre giusto percorrerla: io credo anche che la Lazio finirà per avere lo Scudetto del 1915 in bacheca, anche se ovviamente gli elementi tecnici e le documentazioni per stabilire se questo sarà giusto saranno vagliati da chi di dovere.




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