di Arianna MICHETTONI

Il calcio dei tifosi ha poche regole a normalizzarne la situazione: una delle leggi, la più celebre e forse veritiera, riguarda il goal dell’ex – che puntualmente poi si presta alle interpretazioni dell’esultanza-si-esultanza-no; vi è inoltre, ma assai più confutabile, la teoria del goal-sbagliato-goal-subito; e, per ultima, quella retorica tendenza a voler necessariamente smentire non solo il pronostico della vigilia, ma anche le risultanze del turno appena trascorso. E così la Lazio che quasi perde contro il Bologna, poi quasi vince contro il Torino, poi asfalta il Cagliari – già, ma quale Lazio? Una squadra composta da ben 6 under 23 – una formazione giovane, quel termine tanto abusato più nell’apparenza che nella sostanza. Perché gli undici di Inzaghi, oltre alla poetica del fanciullino, detengono ed ottengono record fin troppo poco decantati – meglio, fin troppo sminuiti e comparati. Grazie all’ingresso del difensore classe ’96 Franjo Prce, la Lazio ha stabilito un primato che le fa infatti onore: assieme ad Atalanta e Milan è la squadra ad aver schierato più giocatori provenienti dal vivaio, ben 6. E Simone Inzaghi negli ultimi 25 anni è il terzo allenatore della Lazio (in 16 partite disputate alla guida della prima squadra) per numero di esordi di giocatori di calciatori provenienti dal settore giovanile. Lungi dal volerne perciò sminuire la continuità temporale (pure nelle passate stagioni ci sono stati innesti dalla primavera alla formazione della massima serie), è bene però evidenziarne la portata: la Lazio di Simone Inzaghi fa sicuro affidamento sui giovani biancocelesti, che ripagano la fiducia del mister con prestazioni di grinta, cuore e, non di rado, goal – Lombardi prima e Murgia poi. Proprio Cristiano – anno di nascita 1995 – è stato il precursore di questa nuova e pregevole attitudine, e purtroppo la sua affermazione non ha avuto il degno (o lo stesso, di quegli elogi che si tributano ad altre compagini) risalto mediatico.




Si evince dunque che l’impiego sistematico biancoceleste del fior fiore della fanciullezza calcistica non sia frutto del caso: è ormai chiaro che trattasi più di una virtù che di una necessità, contrariamente alle allusioni anacronistiche di chi, per autentica incomprensione o malafede, sminuisce la rivoluzione laziale. A voler infatti schierare una formazione con Strakosha tra i pali; una linea difensiva a quattro composta da Lukaku, Hoedt, Patric e Prce; Cataldi, Murgia e Milinkovic a centrocampo; ed un attacco a tre Kishna, Keita, Lombardi, si avrebbe un undici non solo potenzialmente competitivo ma anche al di sotto dei 23 anni d’età. Presi singolarmente, più di un giocatore formerebbe la linea titolare di una qualsiasi altra formazione – finalmente un giusto termine di paragone; tutti invece sono dei prospetti dalle indubbie doti e dal talento sì ancora acerbo, ma con ogni probabilità capace di esplodere in qualità notevoli. E ciò si è sviluppato per un deciso programma di investimento giovane tanto nel vivaio quanto nella campagna acquisti, voluto e scelto dalla Lazio – pur nelle tante criticità che una decisione simile comporta. Peccato, insomma, che ci si sia accorti tardivamente e con ingiusta sorpresa della linea verde biancoceleste: forse perché ingannati, ancora, dalla già pluriennale esperienza di calciatori del calibro di Felipe Anderson e Stefan De Vrij – giovanissimi che però l’ambiente osserva nei canoni del calciatore già espressosi ad alti livelli.

Loro son piccoli, ma cresceranno: in un ambiente serio e motivato, sotto la sapiente guida dell’allenatore, con la migliori delle doti tecniche: l’entusiasmo. Con buona pace dei detrattori: i baby biancocelesti maturano, gli altri, invece, invecchiano.

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