di Fabio BELLI

Come responsabile della comunicazione, è stato chiamato nel momento più spinoso possibile. Al culmine della vicenda-Bielsa, con il dietrofont del tecnico argentino che aveva visto la Lazio sprofondare in una fase di caos mediatico, oltre che tecnico. Arturo Diaconale ha le spalle larghe: la sua storia da giornalista parla da sola e il presidente Claudio Lotito lo ha chiamato in causa per riportare ordine in un momento in cui Lazio e Comunicazione erano diventate due entità in contrasto. In esclusiva a Laziostory, Diaconale ha raccontato le sue prime impressioni dopo circa due mesi di lavoro, gli obiettivi per il futuro e, naturalmente, la sua innata lazialità.

Vogliamo provare a tracciare un bilancio delle sue prime settimane come responsabile della comunicazione della Lazio?Diciamo che ho passato il mese di agosto a studiare un po’ il quadro della situazione e sto predisponendo un progetto che sottoporrò all’attenzione del presidente sul tema della comunicazione e dei rapporti con i tifosi e con i club, che potrebbe introdurre degli elementi innovativi. Per il resto ho cercato di creare un clima un po’ più disteso con i colleghi della carta stampata, delle televisioni e dei siti che scontavano delle tensioni del passato. Ho cercato di ascoltarli e di andare incontro alle loro esigenze: certo, c’è da rinsaldare un rapporto che si è guastato per molti motivi diversi, ma c’è da ricostruire anche un rapporto con la tifoseria che, almeno per il momento, mi sembra stia avvertendo la necessità di riavvicinarsi alla squadra. Nella partita con la Juventus è ritornata sugli spalti e a Verona c’è stata un’ottima rappresentanza di tifosi laziali al seguito: mi auguro che possa intensificarsi questa presenza e si riesca a riportare i tifosi allo stadio, che possono diventare l’arma in più per permettere alla squadra di ottenere grandi risultati.

Com’è stato il suo approccio con il mondo Lazio? Si è trovato alle prese con un ambiente più difficile del previsto o le sue aspettative iniziali sono state confermate?No, debbo dire che non avevo aspettative particolari: innanzitutto voglio sottolineare che essendo un tifoso laziale conoscevo bene quale era la situazione attorno al club e alla squadra, pur non vivendola dall’interno. Devo comunque dire che ho una lunga esperienza e una lunga carriera alle spalle nel campo della comunicazione e non mi sono stupito né preoccupato di nulla. Devo dire che ho trovato una situazione interna che era stata dipinta dall’esterno in maniera piuttosto negativa e che invece si è rivelata ideale per lavorare, con gente all’interno del club disposta a collaborare e a mettersi al servizio della Lazio con grande passione. Ho notato un clima nuovo anche all’interno della squadra, all’interno dello spogliatoio, con ragazzi estremamente concentrati sugli obiettivi: il recupero di Keita ne è la dimostrazione. Si sta lavorando tutti in un’unica direzione, quella di realizzare il progetto del presidente Lotito di rafforzare le strutture della società per portarla al livello delle grandi società di calcio in campo italiano ed internazionale.

In questo ambito il caso Keita può essere considerato un primo passo avanti? Al contrario di episodi precedenti c’è stato un botta e risposta abbastanza acceso tra calciatore e club, la società ha fatto sentire con forza la sua voce e alla fine attraverso questo dialogo si è arrivati ad un chiarimento.Io credo si debba avere fermezza sulla difesa di determinati principi, perché mantenendoli saldi si riescono a garantire anche tutti gli altri giocatori e nel contempo anche i tifosi. I principi vanno rispettati: poi se c’è la possibilità di trovare delle intese e trovare un clima migliore, si tratta di una strada che va sempre percorsa. A mio avviso non bisogna irrigidirsi mai, tranne che sulla difesa del rispetto delle regole di fondo, che poi sono regole di vita. Questo almeno nel caso Keita è servito.

Il suo ingresso in società assieme a quello di Angelo Peruzzi è quello che ha destato maggiore interesse e il più grande elemento di novità nei quadri societari. Nella Lazio ha trovato le condizioni ideali per lavorare bene in sinergia tra le varie figure dirigenziali? Credo che siamo partiti col piede giusto: Angelo Peruzzi è un grande professionista e una persona squisita, una vera garanzia in questo senso. Debbo dire che mi sono trovato subito bene anche con tutti gli altri, a partire dal direttore sportivo Igli Tare che troppo spesso in passato ha dovuto cantare e portare la croce, come si dice in gergo, però è una persona di spessore, dotato di una carica umana importante. Sono convinto che si possa fare un ottimo lavoro e che la capacità propulsiva del presidente Lotito, che io definisco un vulcano, possa essere l’arma in più. Lo dico da quando sono arrivato: è mille volte meglio avere un presidente vulcanico ma che parla la tua lingua, è presente ed ha un filo diretto con la tua città, piuttosto che un presidente cinese o thailandese che ha un rapporto con la società esclusivamente finanziario o commerciale, perché alla lunga questi rapporti non sono in grado di cementare il legame tra il club e la propria tifoseria.

Come nasce la sua lazialità?Si dice che nella vita si può cambiare quasi tutto, tranne la squadra del cuore. Ho tifato Lazio sin da bambino e questa mia lazialità si trascina da allora: è dalla metà degli anni cinquanta che sono innamorato di questi colori. Ricordo che in quel periodo mio padre venne trasferito a Padova e l’essere laziale in quella città sembrava una cosa un po’ strana. Anche quella esperienza mi ha cementato nella mia fede, anche se per forza di cose la mia seconda squadra è diventata il Padova.

Parlando da tifoso e non da responsabile della comunicazione, si sente fiducioso riguardo le possibilità della squadra in campionato, quest’anno?Da tifoso debbo dire che la Lazio di quest’anno mi sembra una bella squadra: il ritorno in difesa di De Vrij ha regalato certezze alla difesa che erano mancate nella scorsa stagione e l’arrivo di Bastos ha dato ulteriore solidità al reparto, che nel passato campionato era stato il punto debole della squadra. Poi a volte quando vedo Immobile partire con i suoi guizzi e le sue giocate mi ricorda qualcosa di Beppe Signori, mi piacerebbe che potesse ottenere i suoi stessi risultati nella Lazio.

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